lunedì 28 settembre 2020

Sky in the Room

Quando stavamo chiusi in casa, abbiamo cercato il cielo dentro le nostre stanze. Le avremmo scoperchiate per respirare più intensamente, avremmo voluto urlare certe volte, e liberarcene. È una cosa vicinissima eppure pare già lontana decine di galassie, una cosa di quelle da cui scappi pensando che si possa cancellare, sopprimere, emendare, riscrivere in modo diverso. L’islandese Ragnar Kjartansson fa l’esatto contrario: prende la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto (che sta lì dove un tempo c’era l’altare che confortava gli appestati), prende una canzone che dice esattamente quel che è stato e, con naturalezza estrema e quasi disarmante, inizia a pregare. Inizia a farci pregare. Un mantra con le parole di Gino Paoli e le note dell’organo. Tutto piccolo, raccolto, prezioso, tutto così semplice da lasciare finalmente muti. Poche persone alla volta, moltissimo senso, altissima densità.

Ripartire dal silenzio, dalla musica, dalle idee, dalle connessioni. Un nuovo Libro (bianco) di Jung.

E questa stanza, ora per davvero, non ha più pareti, ma alberi.

Sky in the room

Fondazione Nicola Trussardi
San Carlo in Lazzaretto





martedì 7 gennaio 2020

Letizia Battaglia a Palazzo Reale, Milano

Andare a Palazzo Reale per far visita a Letizia Battaglia. E incontrare Maria Lai.
Tenendo per mano il bianco e nero.

mercoledì 1 gennaio 2020

Banksy, Betlemme, Aida Camp

Oggi è stato uno giorni più intensi e possenti e sconvolgenti della mia vita. Cambiando (di nuovo) tutti i programmi della giornata, siamo andati a Betlemme. E abbiamo visitato l’Aida Refugee Camp assieme a Marwan Fararjeh, palestinese che da anni collabora con Banksy e col suo progetto lungo il muro. 

Ci ha mostrato i luoghi, le persone, i disegni. Ci ha spiegato dei due angeli, quelli di Banksy che aprono il muro, ma anche i due angeli americani: due ragazze che dopo aver visitato il cimitero palestinese, incastrato tra torrette e filo spinato e inzozzato dai soldati, son tornate a pulirlo e a ridare dignità e futuro a quelle pietre. Ci ha mostrato Messi sul muro e Ahed Tamimi, la ragazza simbolo dell’attivismo palestinese. 


Ci ha spiegato della festa di Natale organizzata da Banksy e Danny Boyle per i bambini di Aida, e dell’acqua razionata (nemmeno quella piovana è legale raccogliere, ma nel campo Marwan ci ha comunque offerto il caffè), di un muro che fa a zigzag (ufficialmente per creare un parcheggio “sicuro”, ma qui di sicuro non c’è nulla), degli scontri, delle incursioni in notturna per tagliare le piante “perché ostacolano la visuale”. 



Ci ha raccontato della sua idea di pace e di essere umano. Di giustizia e di libertà. Di monete in arabo e inglese e ebraico datate 1942 perché stare insieme era e sarà possibile. E di gioielli artigianali ricavati dal metallo dei lacrimogeni e dei proiettili “a salve” (sì, i proiettili a salve son zeppi di metallo e ti possono ammazzare). 


Mentre da lontano si sentono due spari (ma paiono in aria o lontano e Marwan ascolta e allunga l’orecchio ma poi subito ritorna tranquillo), ci portiamo via da qui la necessità di raccontare, la gratitudine per Banksy che ci ha condotti qui, l’amore per il fratello Marwan che ci abbraccia prima di lasciarci e che viene via con me, nel ciondolo a colomba ricavato dai lacrimogeni e nelle lacrime che ancora non ho pianto ma che nei prossimi giorni faranno di sicuro capolino.