sabato 7 febbraio 2026

L'alchimia di Kiefer a Palazzo Reale

 A Milano le donne di Caria incontrano le loro discendenti. Dopo gli angeli caduti, i palazzi celesti, la cabala, le bianche signore dell’antichità, Kiefer incontra le alchimiste in 42 teleri dedicati a donne che hanno dato i natali alle scienze (ma forse pure alla mistica). Nel 1943 le bombe alleate avevano mutilato – quasi cancellato – i corpi delle 40 donne di Caria: nemmeno loro potevano più sorreggere la balconata di quella sala reale.

Così, anche questa volta, per Kiefer la costruzione parte dalle rovine. Come quando da bambino giocava coi detriti di guerra - mattoni, calcinacci e tutto quel che rimaneva nella Germania post-bellica – anche stavolta Kiefer gratta, scava, sovrappone, incide, inonda, infiamma, trasforma. Non lo capisci alla prima occhiata: sono tele, eppure potrebbero essere pietre, come le Cariatidi. E i teleri che ritraggono le alchimiste si fanno, essi stessi, laboratori misteriosi. Piombo, zolfo, ossidi, oro, fiori, petali, foglie, cenere si trasformano sotto la fiamma ossidrica. Dalla materia, non dal pensiero,  affiorano i corpi e i volti e le mani e i piedi. Ma pure affiorano, dalla morte, la natura, le erbe, la vita. Kiefer diventa l’Angelo di Benjamin: sulle ali gli soffia forte il vento, ma lo sguardo è rivolto all’indietro, verso un cumulo di rovine. Ed è proprio da quelle rovine che emergono donne che, per lo più, non conoscevamo. Medichesse, sapienti, visionarie, filosofe, regine, speziali, mistiche, astronome, chimiche, scrittrici: custodi di un sapere e di una forza inattuali, fate morgane che prevedono il passato tuffandosi nel futuro.








martedì 18 novembre 2025

Il mal di Sarajevo



Questa è l’ultima fotografia che ho scattato a Sarajevo, ieri mattina, giusto un’oretta prima di andare in aeroporto. Il vento aveva già iniziato a fare il suo giro
(poi avrebbe impedito il volo e mi avrebbe messa su un pullman facendomi attraversare il paese per arrivare infine a casa a mezzanotte passata). Chi sa, mi anticipa che lo sentirò ancora dentro, quel vento, per un bel po’. Ma il mal di Sarajevo si era fatto sentire già prima che ci mettessi piede. Una nostalgia preventiva. Forse perché, come ha detto una nuova amica conosciuta poco prima partenza, a Sarajevo ci accomunano cose. E poi però venne questo weekend che sciolse ogni cosa e trasformò un pezzo di me in qualcosa di diverso che non pensavo di contenere, che ancora non conosco veramente ma che sicuramente so di voler amare. Come mi sono innamorata, perdutamente, ardentemente, immensamente di questa città mondo che si chiama Sarajevo.


domenica 16 novembre 2025

La Sarajevo socialista

Oggi abbiamo fatto una lunga passeggiata per esplorare la Sarajevo socialista. Quella in cui, come ci spiegava Ernim, se avevi la tessera del partito avevi l’istruzione e la casa e il lavoro assicurato (però per pregare, quale che fosse la tua fede, era meglio se restavi chiuso a casa tua). Abbiamo seguito la strada lungo il fiume Miljacka, superato le mosche e le chiese e le sinagoghe. Abbiamo passato il Ponte Latino dell’attentato di Gavrilo Princip e poi giù giù, verso il cubo giallo che ospitava e ospita l’Hotel Holiday Inn, da cui i giornalisti di tutto il mondo raccontarono la guerra e che oggi ancora funziona senza troppo lasciar spazio alla storia che gli appartiene. Abbiamo esplorato il museo storico, che mostra la vita durante l’assedio, e poi quello nazionale che è dedicato ai minerali, agli alberi, agli animali, alle archeologie e alle popolazioni della Bosnia. Un museo ottocentesco classico, questo secondo, in tutto e per tutto simile a quelli delle altre capitali europee. E poi accanto a lui la struttura di cemento e vetro e metallo ispirata a Mies van der Rohe, un esempio di modernismo perfetto che le cannonate hanno, curiosamente, tinto di brutalismo. Proprio lì sotto c’è il Cafe’ Tito, pieno di ragazzi e di insegnanti, di qualche nostalgico anche, e pure di bambini che si arrampicano sui carri armati tutto intorno e danno loro l’unico senso che dovrebbero sempre avere: essere nulla di più che macchinine da guidare lungo il prato mentre ci si arrampica tra gli alberi e si gioca a nascondino. C’è questa cosa disarmante e commovente a Sarajevo: non sempre hanno portato via le armi, non hanno nemmeno fuso tutte le granate e i proiettili e i missili. Li hanno trasformati. Ce lo ha ben spiegato ieri il ramaio Renan Hidić (che lavora qui coi suoi tre fratelli dopo aver ereditato l’attività dal padre che a sua volta la aveva ricevuta dal nonno): se prendi un proiettile e lo lavori con cura e lo tramuti infine in vaso da fiori istoriato con motivi ottomani, tu hai trasformato qualcosa nato per dare la morte in uno spazio dedicato alla bellezza e alla vita. In un verbo solo: hai disinnescato la bomba.








La Biblioteca Nazionale di Sarajevo

Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 una serie di bombe distrugge oltre 2 milioni di libri, manoscritti, lettere, riviste, documenti conservati nella Biblioteca Nazionale di Sarajevo, emblema di una cultura aperta, molteplice, plurale. Pompieri e impiegati cercano di salvare il salvabile e la bibliotecaria Aida Butorovic perde la vita. Poche settimane dopo, il violinista Vedran Smailović sfida i cecchini e si mette a suonare, lì in mezzo alle rovine. Lo ha già fatto pochi mesi prima, suonando per 22 giorni in memoria di 22 vittime del conflitto. A Sarajevo quando si parla dell’ultima guerra ci si riferisce a quella del ‘92. Noi visitatori non capiamo subito, l’ultima guerra per noi è quella del 1945 e dobbiamo fare un salto di pensiero per comprendere che qui anche le parole comuni hanno un significato tutto diverso. Perché questa è la città dove il festival del cinema nacque in pieno assiedo, dove il teatro continuò a funzionare, dove Susan Sontag mise in scena il suo Godot durante la guerra, dove Zatklo Dizdarevic e il suo giornale continuarono a testimoniare, dove le gallerie organizzarono mostre e vernissage, dove la vita culturale, nonostante la biblioteca devastata, non venne mai fermata. Non lasciarsi uccidere da vivi. Continuare sempre a suonare. Come fu per Sarajevo.







sabato 15 novembre 2025

Sarajevo, tornare a casa

Sarajevo e’ islamica, ortodossa, ebraica, cattolica, pagana. Sarajevo e’ romana, ottomana, austroungarica, mitteleuropea. Sarajevo e’ giocosa come gli anziani signori che si sfidano a scacchi per strada ed e’ studiosa come i ragazzi pieni di libri e appunti a ogni caffè. Sarajevo e’ un mix in equilibrio precario, il cuore di questo paese che si chiama Bosnia e che ti fa sentire a casa non appena ci appoggi il piede. Forse per questo in tanti, come ci ha raccontato Ermin ieri, qui si sono fermati e son convissuti per secoli: alle venti, proprio all’incrocio della strada principale, la voce del muezzim che arriva dalla moschea si mischia con quella delle campane della cattedrale del Sacro Cuore, a due passi dalla sinagoga e poco oltre la chiesa ortodossa. E quando è periodo di Ramadan, al suono del cannone che segna il momento dell’Iftar, il pasto serale da consumare insieme, lo spiazzo davanti alla Fortezza Gialla si riempie di persone con le proprie cibarie e la città tutta e’ in festa. Come le cuccette dei treni notturni che negli anni Novanta ci portavano da Milano a Lecce ogni estate e, passato Rogoredo, iniziava quella cena condivisa coi sapori del sud. Ovunque l’odore del nostro ritorno a casa.






Galerija 11/07/95 - Sarajevo

 

Per Srebrenica le parole non paiono abbastanza precise. Il vocabolario viene meno, si fa deficitario, silente, inadatto. Le immagini disponibili non sono abbastanza. Non lo sono nemmeno le ossa. Così alla Galerija 11/7/95 hanno fatto un lavoro immenso e coraggioso. Visto tutto quanto mancava, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, hanno tolto ancora invece di mettere altro. Via il colore, via il contorno, via il ridondante. Sono le vite e le morti degli uomini a raccontare.
A 30 anni dal genocidio di Srebrenica, a 30 anni dall’assedio di Sarajevo, la paura che ho sentito nel preparare questo viaggio sta proprio qui: stavo rimettendo mano in qualcosa che, come cittadini europei, abbiano in fretta rimosso, allontanato, pacificato. Non abbastanza libri, non abbastanza film, non abbastanza podcast, non abbastanza nulla. Ciò che esiste è quasi sempre meritorio e per me è stato prezioso come bussola nel mare, ma dovremmo esserne circondati sempre. Dovrebbero esserci interi settori nelle librerie e nelle biblioteche e capitoli nei programmi scolastici, nella universita’, nelle discussioni in famiglia, nei dibattiti pubblici. E invece no. Passato, superato, appianato.
Oggi Ermin -che nel 1995 e’ fuggito in Italia novenne con la sua famiglia prima che tutto nella sua terra fosse annientato- ci ha chiesto perché siamo venuti a Sarajevo. La verità, credo, è che oggi in questa Gerusalemme d’Europa - meravigliosa e luminosa e immensa e profonda - ci ha portati Gaza. Come l’angelo della storia di Benjamin: il volto e lo sguardo verso un cumulo di macerie, le ali spiegate dal vento a spingerlo verso il futuro.
Quando abbiamo percorso il tunnel segreto che permetteva a Sarajevo assediata di ricevere rifornimenti e armi e viveri, Adair ci ha domandato invece di sintetizzare in una parola sola nella nostra testa cosa si provasse a pensarsi lì. Cosa si provasse a trovarsi qui. Una parola soltanto, senza aggiungere altro. E nonostante tutto - proprio per tutto - la mia di parola rimane speranza. Se non fossi stata qui, non sarebbe stata la mia parola. Allora forse a Sarajevo veniamo in pellegrinaggio per questo. Per ritrovare speranza.





L'assedio di Sarajevo

 “Come ha potuto Sarajevo resistere a 1425 giorni di assedio? Come è sopravvissuta nonostante le granate, i cecchini, la fame, la mancanza di tutto, le morti?

Ha resistito perché c’erano le donne. Ha resistito perché è continuata la vita. Se le donne fossero scappate, se avessero usato il tunnel per andare via, se il teatro si fosse interrotto, se il mercato avesse chiuso e la vita fosse stata sospesa, non ci sarebbe stata più nessuna ragione per continuare a proteggere la città”.