Visualizzazione post con etichetta resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta resistenza. Mostra tutti i post

venerdì 24 aprile 2015

Genni resistente


“L’unico modo per salvarsi dal male era: lottare contro questo male” 

Domani sarà il 25 aprile. La mia tesi di laurea mi ha fatto conoscere una donna che quella data l’ha vissuta sulla sua pelle. La mia Genni, di cui ho parlato già qui e qui, non è da meno del marito Gabriele, partigiano. Mentre lui si riugia sulle montagne con il Fronte della Gioventù, infatti, Genni diventa una staffetta del Partito Comunista Italiano. Porta documenti, ordini, notizie, ogni tanto persino armi, da un capo all’altro della città con la sua bicicletta dotata di cestino. Spesso guida soldati angloamericani riusciti a sfuggire dalla prigionia. Una fotografia dell’epoca la ritrae a cavallo della sua bicicletta con una gonna scura e una camicia bianca; Genni si guarda alle spalle, pare controllare la strada. In un’altra emozionante immagine, Genni compare sul lato sinistro, quasi in secondo piano; porta degli occhiali scuri e tiene diritta la sua bicicletta; davanti a lei si riconosce la figura dell’amico Albe Steiner. In particolare le relazioni più strette Genni le ha comunque con Emilio Sereni, ebreo dirigente del PCI, con l’allora giovane studente Gillo Pontecorvo e infine con il futuro sindaco di Bologna Mario Dozza. Gillo Pontecorvo, futuro regista di fama internazionale e responsabile politico del Fronte della Gioventù, ha con i Mucchi un rapporto privilegiato e si rifugia spesso nella loro casa di via Besana, dove la coppia si è ritirata dopo il bombardamento di via Rugabella. Insieme al marito, dunque, Genni rischia più volte la vita, soprattutto nei continui spostamenti tra Milano e Salò, lungo una strada spesso palcoscenico di atroci bombardamenti. Gabriele ricorda i fossi di Treviglio, in cui tanto spesso lui e la scultrice si rifugiano per scampare agli apparecchi mitragliatori. Una volta, poi, la nostra protagonista  si trova coinvolta, sola, in uno scontro tra partigiani e nazisti: getta a terra la bicicletta e comincia a sperare che i connazionali tedeschi non la trovino tra i combattenti delle montagne. Sarebbe morte certa. Quanto a “Genni resistente”, quindi, quella certificata dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiane per la Lombardia e dalla Federazione Milanese del Partito Comunista Italiano, la donna dimostra in ogni occasione intelligenza e destrezza; la sua conoscenza dell’indole umana le permette infatti di affrontare anche le situazioni più drammatiche. C’è un aneddoto straordinario in merito. Lo racconta Gabriele nelle sue preziosissime memorie, nonchè nella lettera che scrive a Berthold Müller dopo la morte della scultrice. Un giorno un milite fascista ferma Genni in strada con la sua solita bicicletta; le domanda quale sia il contenuto del cestino. In quest’occasione il doppiofondo contiene qualcosa di ancora più prezioso e pericoloso del solito: una pistola. Genni sa che in quei minuti sta rischiando la vita. Eppure mantiene il suo sangue freddo e risponde di portare con sè una bomba. Il milite fascista apre il cestino e sorride alla vista del grosso cavolo che cela il doppiofondo “Ah, buona per la colazione questa bomba, eh signorina?”. Quest’episodio curioso che salva la vita a Genni e garantisce il successo della sua ennesima consegna, pare tratto da un libro di barzellette sulla cocciutaggine dei militari; in realtà dimostra quanto la nostra scultrice conoscesse la psiche umana. Se Genni avesse risposto di portare con sè un cavolo, probabilmente il giovane fascista avrebbe controllato con più attenzione il suo cestino. Al contrario, autodenunciandosi per qualcosa di ancora più grave di ciò che sta facendo, questa incredibile staffetta del PCI, questa scultrice straordinaria, questa donna che amo conquista l’immediata fiducia del suo antagonista. Mai si potrebbe pensare, del resto, che la sua sia in realtà una doppia bugia.

mercoledì 25 aprile 2012

Monumento ai Partigiani per il Cimitero di Bologna- Genni Wiegmann Mucchi

Le sculture per il Monumento ai Partigiani per il Cimitero di Bologna rappresentano uno dei momenti più alti della produzione di Genni. Per realizzarlo, la scultrice resta in continuo contatto con l’architetto Bottoni, ma anche con le autorità locali e, in primis, col sindaco di Bologna. Quando riceve la commissione dell’opera, infatti, Piero Bottoni, che durante la sua carriera progetterà cinque monumenti dedicati alla Resistenza portandone però a termine soltanto due , riserva a se stesso la realizzazione di cinque figure e assegna le altre sei alla Wiegmann e alla moglie Stella Korczynska Bottoni. Piero Bottoni è di certo uno degli amici più cari dei Mucchi. Lo studio suo e di Mario Pucci, del resto, si trova in quella stessa via Rugabella che Genni e Gabriele rendono luogo di ritrovo senza pari. Non a caso, dunque, nelle Occasioni perdute, Mucchi ricorda Bottoni come un uomo buonissimo, dall’inventiva vulcanica e dall’onestà più scrupolosa. Un uomo che non smette di lavorare nemmeno per un secondo, tanto da costringersi più volte a rimanere sveglio tutta la notte magari in compagnia dello stesso Gabriele e molto spesso consolato e rinvigorito dai panini e i caffè notturni che la vicina di casa Genni si premura di portare a quegli infaticabili architetti . Una copia del progetto resta a tutt’oggi anche tra le carte della nostra scultrice e chiarisce con sicurezza l’idea di fondo dell’architetto, che troviamo comunque esplicitata in alcuni fogli dattiloscritti che Bottoni fa pervenire alla sua collaboratrice. Il progetto per il Monumento ai partigiani, dunque, prevede la realizzazione di un grosso cono -quasi un imbuto aperto nella sua estremità più alta- che si innalza dal terreno; più precisamente si tratta di una struttura a forma di parabolide iperbolico realizzato in conglomerato cementizio armato. Anche le dimensioni risultano decisamente imponenti: l’opera presenta infatti un diametro di 15,2 metri e un’altezza massima dello stesso valore. Solo 9 dei metri in altezza, però, sono visibili dall’esterno, perché i restanti 6,2 si trovano interrati. All’interno della struttura trovano spazio, in una vasca, le figure in graniglia cementizia di Bottoni che paiono proiettarsi verso il cielo e che sovrastano l’ossario sottostante: qui riposano i resti di moltissimi partigiani italiani e starnieri caduti nel nostro paese. A metà del cono è collocata la scultura della Korczynska, scultrice eccentrica e talentuosa che Bottoni ha conosciuto durante un viaggio in Polonia. La nobile donna e il noto architetto si sono così innamorati e sposati lavorando fianco a fianco per molti anni, fino alla prematura scomparsa di lei, uccisa da un brutto cancro. Il nome della scultrice, Stella, rimarrà però nella memoria milanese perchè utilizzato per nominare la collinetta del QT8, il celebre Monte Stella . Le cinque figure di Genni, invece, sono distribuite tra l’interno e l’esterno: all’interno, poco sopra l’opera della collega polacca, si trova la celebre figura volante mentre i restanti quattro partigiani sono disposti sul bordo del cono, come a segnalare il raggiungimento della libertà dopo un’ardua salita. L’idea è infatti quella di rendere il visitatore parte integrante e viva dell’opera: esso deve partecipare esteticamente e quindi emotivamente a questo volo di partigiani così da comprenderne gli sforzi e i desideri. In questa concezione, che pare oscillare tra istanze classiche e consapevolezze espressioniste, i partigiani riescono a risorgere e a riconquistarsi la libertà della vita proprio come hanno fatto durante la guerra. Dall’esterno della struttura si può leggere, lungo il bordo superiore del parabolide, una frase a cui Bottoni tiene moltissimo e che l’architetto spiega con grande attenzione all’interno del fascicolo col programma iconografico inviato a Genni. Essa può essere letta da diversi punti di vista e la sua semplicità fa sì che le parole abbiano lo stesso senso anche se osservate in un ordine diverso. Si tratta del motto: LIBERI SALGONO NEL CIELO DELLA GLORIA che può anche essere letto da un punto differente come SALGONO NEL CIELO DELLA GLORIA LIBERI oppure, da un terzo punto di vista, NEL CIELO DELLA GLORIA LIBERI SALGONO. In questo modo si vuole offrire la sensazione che davvero i partigiani possano ritrovarsi resuscitati accanto ai vivi per riprendere assieme a loro la propria lotta. La forma stessa del monumento, del resto, è ispirata al mito d’Orfeo e alla sua discesa agli inferi: come il mitico personaggio -a cui Genni ha già guardato nel 1948 per la sua celebre scultura lignea - i partigiani devono discendere all’inferno per riuscire poi a ritrovare la via per risalire verso la luce. Se, dunque, il mondo greco e la classicità trovano nelle intenzioni di Bottoni, come in quelle della Wiegmann, una forte eco, non mancano però anche riferimenti evangelici e danteschi, come da più parti è stato notato. La discesa dei partigiani, infatti, non è stata solo quella della morte, ma -in primo luogo- quella della dittatura e del fascismo, la cui oscurità è rappresentata sul fondo della struttura stessa. E’ proprio qui sotto, quindi, che si incontrano i primi gruppi scultorei, quelli realizzati dallo stesso Bottoni, che fanno da preludio alla salita delle altre figure, tutte protese verso la libera conquista del cielo. Visto dall’esterno, invece, il Monumento appare come un’innegabile reinterpretazione di un forno industriale il cui pensiero, soprattutto in questi anni, non può essere scisso da quello delle più orrende industrie del Novecento : quelle che nei campi di sterminio hanno dato la morte a milioni di ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di geova, partigiani. In qualche modo la “rinascita” si presenta dunque proprio a partire da una forma simile a quella di un camino di forno crematorio: l’arte si rinnova proprio a partire da Auschwitz, la cui esistenza, secondo Adorno, avrebbe impedito negli anni a venire ogni forma di creatività estetica proprio a causa della sua mostruosità. In questo senso il Monumento di Bologna si fa portavoce della necessità assoluta di ricordare: proprio negli anni in cui la testimonianza degli ex deportati nei campi di sterminio resta ancora troppo soffocata e inascoltata, Bottoni progetta una costruzione che rievoca con forza quel passato recente eppure già rimosso, quel passato che in tanti vorrebbero cancellare e che invece necessita di memoria e cura costante. Eppure è sempre qui nel Monumento di Bologna che si risentono anche delle consonanze meno drammatiche e dolorose. Alcune somiglianze, infatti, possono essere ritrovate se si incrociano questo progetto e quello dedicato al Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E42 che Bottoni ha elaborato quasi vent’anni prima, nel 1939, proprio assieme a Gabriele Mucchi e a Mario Pucci. Anche in questo caso la nostra scultrice si è occupata dell’apparato decorativo. Tornando dunque alla Wiegmann, nel periodo in cui Genni lavora alle sue cinque figure in rame sbalzato -a partire cioè dal 1956- in moltissimi visitano il suo studio e la documentazione fotografica risulta, come sempre, molto vasta e dettagliata. Nella maggior parte di queste immagini, Genni indossa un abito scuro e delle perle bianche, al collo sono appesi gli occhiali di sempre legati con un semplice filo nero. Le mani restano ricoperte di guanti di pelle, indispensabili per quel lavoro complesso e pericoloso. Addirittura in una fotografia ci pare di riconoscere i tra molti visitatori, dietro a un cappello chiaro, la figura del collega Manzù. Nonostante le visite e i momenti di allegria, comunque, il lavoro è articolato con ordine e precisione; Genni, infatti, procede realizzando dei modellini di carta per studiare le dimensioni delle figure, ne sceglie le proporzioni, i volti, la gestualità; ne prepara la struttura portante e lo scheletro fatto di tubi d’acciaio. Poi sbalza in lamiera leggera e salda insieme i bozzetti per capacitarsi del possibile risultato finale. Solo a questo punto incomincia a sbalzare le lastre con l’aiuto di un maestro sbalzatore e mette in opera le diverse gigantesche parti per saldarle in una fase successiva avvalendosi del supporto di un saldatore professionista. Un lavoro durissimo, dunque, quanto a impegno creativo, ma anche quanto a forza fisica. Come ricorda Gabriele le lastre cui Genni ricorre sono sempre più alte e larghe di lei . In un’immagine molto suggestiva il volto in movimento di Genni compare davanti alle robuste gambe di uno dei partigiani: il dinamismo della scultrice pare qui contrapposto alla determinazione della sua opera e delle sue convinzioni. Tuttavia le fotografie più suggestive restano quelle realizzate dall’interno del grosso cono: la poesia della figura volante è qui contrapposta alla precarietà delle quattro figure sul bordo che paiono in bilico eppure quasi già sospese in aria. Quanto a Bottoni, amico e collega, le relazioni tra i due artisti non sono sempre facili. Il milanese, del resto, è estremamente impegnato e richiesto, soprattutto dopo la realizzazione del quartiere sperimentale QT8, uno dei primi esempi di urbanistica moderna a Milano . Non a caso, alla fine del 1956, Gabriele scrive all’architetto per conto di Genni e ne spiega l’irritazione per un mancato incontro tra i due che ha rattristato molto la scultrice rallentandone i lavori. A prescindere da ciò, però, il Monumento ai Caduti riscuote un certo successo e ancora quattro anni dopo la morte di Genni, nel 1973, ad esso viene dedicato un importante articolo ricco di immagini sul numero di ottobre di Controspazio .

mercoledì 20 gennaio 2010

La curiosità: insubordinazione allo stato puro




Questo mio antico scritto è dedicato a Roberto Camerani

Ex deportato, amico e maestro

Per cui la vita nonostante tutto-

“l’è bella”



Devo chiedervi ora di fare un salto indietro nel tempo e di immaginarvi in un posto diverso da questa sala.

E’ il 10 maggio 1933. Siamo a Berlino nella Bebel platz, poco distante dai più importanti musei tedeschi. Ma siamo anche a Francoforte, ad Amburgo, ad Heidelberg.

In questo momento i libri stanno bruciando.

Nelle città universitarie più importanti d’Europa, gli studenti, la gente comune, i passanti anche, stanno bruciando i libri.

Sono libri diversi: di oppositori politici, di “intellettuali comunisti”, per esempio. Sono libri che non corrispondono allo spirito tedesco.

E sono i libri di autori ebrei. Il tentativo nazista di annientare il popolo del libro parte, per l’appunto, dalla distruzione dei libri. In questo momento bruciano –metaforicamente e non- Freud, Einstein, Stefan Zweig, Schnitzler, Meyrink. Nella Germania nazista bruciano almeno cento milioni di libri.

E drammaticamente, come intuì il poeta, dove si bruciano i libri si finisce- prima o poi- per bruciare anche gli uomini.

Se la cancellazione del popolo ebraico -dell’Altro, del Diverso- comincia simbolicamente in questo 10 maggio 1933 in cui gli strumenti con cui si tramanda la memoria- i libri- vengono annientati, allora recuperare le storie di quei libri, la conoscenza che essi tramandavano, è un primo passo verso il recupero della memoria. Andare in archivio, scartabellare, spulciare, spiare, significa ricostruire qualcosa che rischiava di andare perduto.

Fabio prima vi parlava dell’importanza dell’oblio. Le sue parole sono tanto più sconvolgenti in questa giornata dedicata al ricordo. Ma esse sono profondamente vere. Sì, perché nessuno di noi potrebbe in fondo sopravvivere in questa sala (anzi in questa Bebel Platz in cui ci troviamo adesso, di fronte al fumo del rogo dei libri), nessuno di noi potrebbe sopravvivere se ricordasse integralmente, in ogni istante, in ogni luogo della sua mente e del suo corpo, lo sterminio di ebrei, omosessuali, rom, testimoni di geova e oppostori politici assassinati nei campi di sterminio nazisti. Nessuno di noi sopravviverebbe avendo costantemente sotto gli occhi l’ingresso di Auschwitz e ciò che esso rappresenta.

Eppure, allo stesso tempo, questa dimenticanza temporanea, la dimenticanza parziale che ci fa sopravvivere e agire, non può che essere il frutto di una memoria ancora più profonda. Il tentativo della Germania del dopoguerra di rimuovere quanto successo, di non portare il lutto ma di fare sbrigativamente ammenda, ha portato infatti a conseguenze disastrose.

L’oblio volontario diventa, in questo caso, crimine gravissimo, perché riduce la memoria a ricordo posticcio. Quanto è accaduto esiste sempre: per quanto si tenti di rimuoverlo, esso ritorna costantemente. In un racconto di Kafka, un padre di famiglia si confronta con un cruccio atroce: nella sua casa vive un essere senza forma precisa, senza precisa identità. Odradek, così si chiama, a volte sparisce ma immancabilmente fa poi ritorno alla sua casa. Odradek è -in Kafka e per noi altri- il dimenticato che di continuo si affaccia alle nostre menti, per quanto in forma distorta e irriconoscibile. Finchè non prendiamo coscienza di lui, esso rimarrà il nostro cruccio, rimarrà qualcosa con cui non abbiamo ancora fatto i conti. Odradek, infatti, non potrà mai morire. La sua esistenza continuerà anche quando avrà fine la nostra. E’ come un sacco di iuta con tutto ciò che ci appartiene. Spazzatura compresa.

Molti figli di nazisti si sono tolti la vita, molti altri sono diventati naziskin; in pochi hanno potuto elaborare una via alternativa: in entrambi i casi Odradek ha distrutto le loro esistenze e quelle di altri. A volte, del resto, il ricordo delle vittime dei campi di sterminio ha dimostrato la propria insostenibilità in suicidi avvenuti molti anni dopo la fine della guerra: Jean Améry si è tolto la vita in una camera d’albergo di Salisburgo nel 1978, Primo Levi ha messo fine ai suoi giorni nove anni dopo nel suo appartamento torinese.

Per sopravvivere dunque, è vero, bisogna lasciarsi andare a brevi dimenticanze. Mai però, mai possiamo dimenticarci di queste dimenticanze, mai possiamo scordarci che per vivere abbiamo messo da parte qualcosa per alcuni istanti; mai dobbiamo dimenticare di aver dimenticato. E allora fare i conti col passato significa anche lasciare che esso ci tocchi nell’intimo, come nell’intimo ci hanno toccato le scoperte dell’archivio. Lasciare che le vite e le storie degli altri deformino le nostre, che sollecitino in noi riflessioni, raccoglimento, intuizioni. In qualche modo, dobbiamo essere in grado di prendere Odradek per mano, di guardarlo con attenzione, di farlo nostro e di capirne la deformazione. Prendere la sua “non forma” di dimenticato e renderlo un Odradek nuovo, una forma nuova, una nostra personale forma di resistenza non solo ai crimini nazisti, ma ad ogni ingiustizia compiuta contro chiunque in qualunque parte del mondo.

Citare ad uno ad uno i nomi dei sei milioni morti nei campi e citare sempre uno a uno i cento milioni di libri bruciati nei roghi nazisti.

Più semplicemente, citare i nomi dei ragazzi espulsi dal Regio Liceo Ginnasio Cesare Beccaria dopo averli recuperati nei sotterranei di via Linneo.

Usare la cultura, la conoscenza, la curiosità come forma primaria di resistenza.

Chi nemmeno sa di avere Odradek nella propria casa, sarà più facilmente vittima delle distorsioni della storia, delle invenzioni revisioniste, delle parole prive di fondamento. Chi invece con Odradek fa due chiacchiere, non sarà altrettanto abbindolabile. Come sostiene Nabokov, davvero La curiosità è insubordinazione allo stato puro. Del resto, nessun libro di storia potrà mai raccontarci cosa si prova mentre si varca la soglia di una camera a gas. E’ qui allora che deve concentrarsi la nostra capacità di identificarci con altri esseri umani. E’ qui che bisognerebbe utilizzare, nel senso più profondo, la nostra immaginazione e non nella falsificazione delle prove. Solo uno stupido oggi potrebbe negare l’esistenza dei campi di sterminio. E allora questa nostra immaginazione, che ci ha portato poco fa in Bebel Platz e che ci porta ora di fronte alle porte di Auschwitz, può essere sollecitata a maggior ragione da quei cento milioni di libri bruciati e dalle loro storie “perché nulla difende l’essere vivente contro la stupidità dei pregiudizi, della xenofobia, delle ottusità, dei nazionalismi discriminatori, meglio dell’ininterrotta costante della grande letteratura: l’uguaglianza essenziale delle donne e degli uomini a tutte le latitudini e l’ingiustizia rappresentata dallo stabilire tra loro forme di discriminazione, dipendenza, sfruttamento” (Vargas Llosa).

Rivendicare il potere della letteratura e dell’immaginazione significa, dunque, rivendicare un diritto primario dell’essere umano, un diritto di cui lo stesso Primo Levi si riappropria nel bel mezzo del campo quando recita Dante per un compagno di prigionia.



Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca



Considerate la vostra semenza

Fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e conoscenza



Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.



Leggere Dante significa in quel momento recuperare la propria identità di uomo, essere per un attimo fuori dal campo di sterminio, potere per una manciata di secondi respirare ancora da uomo libero. Alcuni libri servono a questo: sono fatti per respirare. Per un momento ci permettono di cambiare le cose e di farci perciò intuire che esse possono andare diversamente.



Il finale di Buongiorno notte, il film di Bellocchio sul rapimento di Moro, ci mostra Moro che se ne torna a casa libero. Le ultime pagine di un bellissimo romanzo di Safran Foer Molto forte, incredibilmente vicino riproducono- al contrario però- i fotogrammi di un uomo che si getta dalle torri gemelle la mattina dell’11 settembre. Se le fate scorrere velocemente quell’uomo torna di sopra. Si salva, come Moro.

Quello che queste opere d’arte vogliono comunicarci non è un falso storico. Sappiamo benissimo che Moro venne ammazzato e abbandonato in una Renault rossa in via Caetani. Sappiamo benissimo che quell’uomo si buttò giù dalla torre e finì di sotto.

Quello che ci dicono è che la prossima volta Moro potrebbe salvarsi, dovrebbe se -come uomini- abbiamo capito qualcosa. E dicono che per aerei conficcati in grossi torri, no: non ci deve essere una prossima volta.

Che dobbiamo impedire che in futuro ci siano nuovi campi di sterminio.

In questo senso, credo, Fassbinder sostiene che l’arte libera la testa. Essa ci sollecita a pensare, a cambiare il futuro, a deformarlo, cioè a dargli una forma nuova rispetto a quella che il passato ha già drammaticamente avuto.

Per questo penso che sì, anche dopo Auschwitz si possa e si debba fare arte, per quanto in forma diversa, naturalmente. L’arte è espressione del nostro essere umani, del nostro desiderio di tulipani oltre che di pane. L’arte di Dante rende l’anima a Levi in una situazione estrema, molto più di quanto avrebbe potuto fare una tavola imbandita.

E allora mi sembra che il monumento alle vittime della Shoah del Cimitero Monumentale di Milano sia tanto più significativo quanto più scheletrico e spoglio si presenti ai nostri occhi. Come a dire: siccome di questa atrocità non potrei parlare, in quanto opera d’arte, con mezzi tradizionali, uso un linguaggio diverso, linguaggio di sintesi assoluta e di schiettezza estrema. Ciò che evoco è molto più forte di ciò che potrei mimeticamente rappresentare.

Allo stesso modo il Museo Ebraico di Berlino di Daniel Libeskind racconta, nella sua deformazione di edificio contorto e privo d’ingresso, una storia che solo noi con la nostra mente di spettatori e la nostra sensibilità di esseri umani possiamo comprendere e completare.



Per concludere mi piacerebbe leggere una breve lettera di una studentessa di Teheran che scrive



“La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione. Ormai mi sono convinta che la vera democrazia non può esistere senza la libertà dell’immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma e espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri, desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti. Altrimenti come facciamo a sapere che siamo esistiti?”.



Io sono convinta che se sapremo impedire altri roghi di libri e di idee, altri roghi di pensieri e culture, in nessun modo e in nessun luogo accetteremo più che si brucino esseri umani, che si cancelli il diverso, il non allineato.

Sherazade in fondo salva la propria vita e quella delle altre donne facendo leva sul diritto all’immaginazione e al racconto, no?