giovedì 24 giugno 2010

Mitologia degli alberi


Da aperta che era un tempo, l’umanità si è sempre più rinchiusa in sé stessa. Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei tutto era segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l’uomo oggi la distrugge, e con ciò si condanna. Lévi-Strauss

lunedì 31 maggio 2010

Trois Coleur


BLEU, liberté
Quando l’auto di Julie si schianta contro un albero la sua storia finisce e ne inizia una nuova. Senza marito, senza figlia, senza passato: meglio riniziare da zero che accettare la perdita, meglio essere libera da loro in ogni cellula, cancellare il passato, diventare una nuova. Questo tuo corpo sopravvissuto senza ragione, Julie, non merita più nulla e allora il tuo pugno grattuggiato contro un muro ti fa sentire quel dolore di cui hai bisogno come Corazzini e come me, un dolore bruciante ma vivo, che faccia male, che faccia il più male possibile: dev’essere forte per ovattare le voci che senti, le voci che ti gridano da dentro. Da qualche parte la tua bimba sta piangendo, Julie? Riesci a sentirla? Fa’ che resti solo un pendente blu, come la luce sul tuo viso, una sorta di lampadario magico, o forse la tua lampada di Aladino capace di riportarti alla donna che eri. C’è un uomo lì fuori che continua a cercarti, ad amarti, a sognare di te, a scrivere musica che parla di te. E’ lui che ti ha stretta quando ti sentivi un cadavere in putrefazione, ma un cadavere vivo, che fa più orrore dei morti, che fa più pietà: mi ricorda quello di una vecchia che tenta con tutta la sua dignità di gettare un bottiglia nel contenitore del vetro; la sua schiena è tanto piegata dal mondo che il suo braccio non arriva lassù, non arriva… Ci penserà quello di Valentine, ma in un altro film, in un’altra storia. Quando a un certo punto decidi che la musica di lui non deve morire, che è il figlio che ti ha lasciato come a quell’altra che ora lo ha in grembo, allora e allora soltanto accetti pure tu di essere salvata. Per la musica, per l’arte, perché così è, dalla notte dei tempi. Nel dolore sopravviviamo ai nostri lutti e ci vorremmo morti e ci odiamo per questo restare a galla che è l’umanità. Solo una manciata di persone tra mille, come per un naufragio sulla manica.

BLANC, egalité
Uguali nel bene e nel male. Uguali pure nella menzogna e nell’inganno. Karol: bisogna rendere pan per focaccia. In fondo nei grandi amori la passione non si misura in sofferenza? Eppure che meraviglia quest’uomo che non riesce a soddisfare sua moglie, che la ama comunque nonostante la sua crudeltà felina, nonostante l’umiliazione cocente: chiami al momento giusto, Karol, ascolta. E’ l’orgasmo della moglie dall’altra parte del filo. Questo telefono ci nasconde e ci rivela nei trois couleurs: una medaglietta perduta nel primo, un affannoso inseguimento del piacere ora e un giudice spione nell’ultimo. Intanto un’altra vicenda: l’amico che ti ha portato in Polonia, Karol, vuole essere ammazzato: tu accetti e fai di più, questa vita di merda che lui sta gettando sotto una metro gliela rendi pulita, innevata, stravolta. Per finta si può morire una volta soltanto. Domanda sul bianco: come si può continuare ad amare gli stronzi, chi, come Domenique, ci fa tanto soffrire? Nella mia testa risponde De André col suo “uomo onesto e buono che si innamorò perdutamente di una che non lo amava niente” . E qui risponde Kiéslowski con una scena finale muta e sognante: quando esco di qui io e te, amore, ci sposiamo di nuovo. In fondo pure Domenique può essere umana: lo diventa di fronte alla sofferenza, di fronte alla morte (fasulla, ma che cambia?) e all’umiliazione. Fuori dalla prigione Karol la spia con un binocolo. E piange.

ROUGE, fraternité
I fili tornano infine a intrecciarsi come per un arazzo ben definito. Valentine salva un cane, Rita, che ha investito per errore e per errore scopre che il suo proprietario è un ex giudice che controlla le telefonate dei vicini. Ognuno ha un suo più o meno terribile segreto: ricordi, Conchita? Il nostro sacco di liuta ce lo portiamo appresso pure in città. Così: qui pro quo. Sacco per sacco, perché la calamita Rita ha voluto così. E chi è Rita in fondo se non la natura, il caso, la fatalità? Quel tutto informe e tuttavia incancellabile che domina e accompagna le nostre giornate? Sputar fuori il rospo diventa allora un imperativo categorico, l’unico modo per andare avanti. Ed è così che avviene la catarsi: basta fidanzati asfissianti e bugiardi, basta sfilate, basta fotografie artefatte e esercizi sfiancanti! La vita vera resta altrove. “Come posso aiutarvi?- Devi esistere- Cosa intendete?- Esistere, esistere e basta”. Questo rincorrere un telefono che squilla e una chiamata che arriva sempre nel momento inopportuno (o che non arriva proprio) fa da colonna sonora a tutto il film. E come fratelli i vari protagonisti si rincontrano tutti su una navetta da salvataggio perché la Manica ha inghiottito tutto il resto. E allora ecco Julie e Olivier; ed ecco Karol e Domenique; e infine Valentine e il giovane tradito dalla bella bionda: il giudice da giovane, senza dubbio. Il passato che torna e si aggancia al presente. La realtà che supera ogni arte, l’ultimo fotogramma in cui Valentine è la fotografia gigante appesa ad un palazzone.
Degli occhi impressionanti quelli di Kiéslwoski. Mi ricordano chi non vorrei come il suo viso e le sue sigarette. Ma Julie non mi ha forse insegnato qualcosa? Julie e Karol e Valentine: non siamo tutti insieme sopravvissuti NOI sette? Il settimo era il barista del traghetto, un esterno, cioè, uno spettatore. Io?

mercoledì 5 maggio 2010

PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO… E ANCORA PRIMAVERA

Questo nuovo post, dopo lungo silenzio, è dedicato ad Alessandra Piccoli e alla sua Alchimia d'Arte.

PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO….
E ANCORA PRIMAVERA

Di Kim Ki-duk

Il male che fai agli altri può colpire anche te: se leghi un sasso a un pesce, a una rana, a un serpente, forse un mattino ti sveglierai con una pietra sulla schiena. La natura funziona davvero come un cerchio. Ed è necessario imparare che nulla ti appartiene per sempre, nemmeno i sentimenti e le parole di quelli che ti amano, e sei costretto ad accettarlo se non vuoi trovarti con un coltello tra le mani e un sasso sul petto ( e nessun maestro potrà mai aiutarti a lasciarlo cadere alle tue spalle). Le stagioni tornano, torna lo stesso bambino dell’inizio del film, con i medesimi divertimenti e lo stesso sorriso. La differenza è che quella donna nell’acqua gelida, la donna che ti lascia suo figlio, diviene per te la donna che hai ucciso, senza volto, con il suo volto. In qualche modo anche lei è riuscita a tornare. Pare che la visione ciclica del tempo sia concezione tipicamente occidentale (Settis), eppure il film e la cultura d’oriente dimostrano che il culto dell’eterno ritorno è davvero patrimonio comune. Ciononostante ogni vita fa da sé; nulla di ciò che si impara, nulla di ciò che si conosce o si ama è definitivo. Non lo è per noi, figurarsi per gli altri! Si ricomincia, da capo ogni volta e si fallisce in certi casi e ci si dà fuoco in mezzo a un lago, con la bocca e gli occhi coperti. E’ difficile diventare maestri. E’ impossibile diventare maestri. L’ultima scalata e poi il Buddha vi guarda dall’alto, vi implora, vi sprona. La tua pietra per il tuo assassinio l’hai portata lassù e la porti però sempre con te…
Ricordi la sepoltura del pesce?
Ricordi come piangesti ritrovando il serpente in una pozza di sangue?
E intanto la primavera torna e poi l’estate, l’autunno, l’inverno
… ed è ancora primavera.

domenica 14 marzo 2010

Tutto su mia Madre di Pedro Almodovar

“- Noi donne siamo più tolleranti
- No! Noi donne siamo più coglione”

Hanno ragione un po’ tutte e due.
Se lo vivo direttamente sulla mia pelle, questo film mi provoca una specie di prurito, un déjà vu sofferente: ho voglia di urlare assieme alla madre di Esteban:

Figlio mio, NO! Figlio mio!

Perché a volte davvero gli esseri umani sono come Lola, una pestilenza, devastano tutto al loro passaggio e noi altri, noi altre, li lasciamo fare, un po’ per inesperienza, un po’ per restare fedeli a noi stesse, per non diventare a nostra volta delle pestilenze. Rosa è così atipica, pulita, inconsapevole.. Ecco Lola le fa un grande regalo, ma poi le porta via tutto, senza pietà e senza coraggio. Ma siamo ugualmente responsabili di quel male di cui non siamo consapevoli? Siamo condannabili se abbiamo agito senza guardarci alle spalle?
Ci sono una sofferenza e una forza indicibili in questo film che è un viaggio continuo: Madrid -Barcellona, Barcellona - Madrid e poi ancora Barcellona. Per far sapere, innanzitutto, e poi per salvare e per rinascere. Questi bambini che gli uomini ci lasciano in grembo, l’unica cosa certa di loro, questi figli che perdiamo sotto un’auto o in guerra, sono l’unica prova concreta della loro esistenza e del loro passaggio. E ad essi ci aggrappiamo in memoria di loro, della pestilenza con cui hanno travolto la nostra vita prima della loro fuga. E ancora li amiamo, ancora li cerchiamo, ancora li perdoniamo. Oppure No.
Perché siamo più tolleranti o forse….
Forse solo più -irrimediabilmente- coglione.

lunedì 1 marzo 2010

La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen

Cara Cecilia,
Ti osservo dal buco della serratura. Non chiedermi, ti prego, chi di noi due sia quello dentro lo
schermo o al di là di esso, perché non potrei dirlo con sicurezza e in ogni caso non importa molto.
Ti ho vista al cinema, nel luogo dove nei momenti liberi ti rifugi a respirare; è come se ti sedessi
davanti allo schermo per vivere un po’ anche tu, almeno nei ritagli di tempo. Sì perché immagino,
sono sicuro, che il bar e quel tuo grasso e stolto marito rappresentino uno dei brutti sogni che
arrivano la notte. (Io vado a dormire con la pace nel cuore, Cecilia, perché forse domani non mi
sveglierò e questa corsa che mi uccide avrà fine). Quando la tua finzione, la nostra, amore, è
diventata realtà, quando son balzato fuori dallo schermo col mio cuore leale e puro e i miei soldi da
scena e il mio ridicolo casco, allora, Cecilia, venivo verso di te, accettavo il tuo mondo fatto di
finzione vera e di grigiore per amor tuo. Per te, Cecilia, accettavo il dolore e il pianto di chi fa
l’amore senza amore, di chi pensa che un esploratore in fuga sia gretto quanto lo è lui, di chi picchia
la moglie per farla rigar diritta (come l’hai sopportato, Cecilia, come hai fatto a non fuggire prima?
E del resto, fuggire? Come avresti potuto?). Qui fuori ti bacio e non c’è dissolvenza, sì, insomma,
manca qualcosa, qualcosa non funziona, come per le lampadine fulminate. Però il sapore della pelle
dalla pellicola non si sentiva. La tua, per esempio (per esempio? Ma se conosco solo la tua?), la tua
sa di pesca e dei pop-corn che ti porti in sala e poi sa di lavanda e di amido; non so come dire, forse
proprio di pulito, niente celluloide: carne allo stato puro. E ora mi hai lasciato. Sono tornato in
questo mondo in bianco e nero che non profuma di niente e non ha sapore. Ma che ti fa sognare. Se
mi alzo ogni giorno, se ogni giorno torno al Copa Cabana, Cecilia, lo faccio per te, per regalarti un
sorriso e continuare a baciarti, anche se da lontano. Non so se tu sia ancora lì tra il pubblico (ho
sempre avuto paura di voltarmi. Da allora non ti ho più cercata perché in quel mondo misterioso tu
potresti non esserci più e non potrei sopportarlo…) ma sento la tua presenza, i tuoi occhi su me e
vivo adesso e ogni giorno il nostro amore, pieno di quelle altre dissolvenze, quelle di cui il cinema
non è capace. Io ti salvo. Voglio crederlo. Devo crederlo per continuare a vivere, o a non-vivere, se
preferisci. E non so nemmeno se lui, l’altro, il mio altro, io insomma sia tornato a prenderti…
Se ben lo conosco posso dire con certezza che lui non c’è, che lui è fuggito e non ritornerà.
Che io invece resisterò sempre; e solo questo ci salva entrambi perché sempre mi alzo e parto al
mattino alla ricerca di ciò che voglio donarti e che ogni giorno ti porgo
La mia rosa purpurea strappata al deserto del mitico Cairo.

mercoledì 17 febbraio 2010

Il Nuovo Libro di Jonathan Safran Foer


Jonathan Safran Foer, da piccolo, trascorreva il sabato e la domenica con sua nonna. Quando arrivava, lei lo sollevava per aria stringendolo in un forte abbraccio, e lo stesso faceva quando andava via. Ma non era solo affetto, il suo: dietro c’era la preoccupazione costante di sapere che il nipote avesse mangiato a sufficienza. La preoccupazione di chi è quasi morto di fame durante la guerra, ma è stato capace di rifiutare della carne di maiale che l’avrebbe tenuto in vita, perché non era cibo kosher, perché «se niente importa, non c’è niente da salvare». Il cibo per lei non è solo cibo, è «terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore».
Una volta diventato padre, Foer ripensa a questo insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire suo figlio non è come nutrire se stesso, è più importante. Questo libro è il frutto di un’indagine durata quasi tre anni che l’ha portato negli allevamenti intensivi, visitati anche nel cuore della notte, che l’ha spinto a raccontare le violenze sugli animali e i venefici trattamenti a base di farmaci che devono subire, a descrivere come vengono uccisi per diventare il nostro cibo quotidiano.

I GIUDIZI
"Gli orrori quotidiani dell'allevamento intensivo sono raccontati in modo così vivido... che chiunque, dopo aver letto il libro di Foer, continuasse a consumare i prodotti industriali dovrebbe essere senza cuore o senza raziocinio."
J.M. Coetzee
"L'appello di Foer per un vegetarianismo di tipo etico è molto coinvolgente... Una solida e sconfortante indagine, con una forza di persuasione che scuoterà tutti coloro che mangiano carne."
Kirkus Reviews

mercoledì 3 febbraio 2010

L'Aurora, il mio ristorante preferito a NY

Oggi vi parlo dell'Aurora.

Non in senso poetico astronomico eh. Ma dell'Aurora come ristorante. IL Ristorante. Il mio ristorante preferito a NY. Ci sono da fare alcune considerazioni:

1) L'Aurora è un ristorante italiano ma con quel tocco newyorkese che fa la differenza
2) L'Aurora è a Soho, anche se adesso ha aperto una sede anche nella bellissima Brooklyn (dove abita Safran Foer)
3) All'Aurora ho cenato più e più volte con un architetto e designer come ce ne sono pochi al mondo (che guarda caso è il mio compagno di vita :)

Ora non posso che invitarvi a provarlo. Un ristorante così non si può spiegare. Vi basti sapere che il menù cambia ogni giorno, che sul tavolo troverete una candela in un sacchettino di carta tipo quella dove avvolgono il pane, che i dolci sono tra le cose più belle e buone che io abbia mai assaporato al mondo.

Per saperne di più curiosate qui www.auroraristorante.com