Le mie regole per non smarrirmi nella #DesignWeek: seguire sempre il verde, spingersi verso Oriente, il naso a nord verso il Polo, i piedi ben piantati a terra, gli occhi mobili gettati all’orizzonte.
Ovverosia: a zonzo in città, ma come Asana dell’albero!
domenica 14 aprile 2019
domenica 7 aprile 2019
sabato 23 marzo 2019
sabato 12 maggio 2018
Orticola 2018
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Montale
giovedì 3 maggio 2018
Villa Arconati, luogo di delizie
Storie di case, storie di famiglie.
Ovvero le deliziose delizie al sapor di limone di Villa Arconati che, svuotata di tutto, in una mattina di inizio maggio riesce a parlare più chiaramente, con voce meno offuscata, a tratti persino aspra e rustica e pungente, come è giusto che sia. Un’infilata di stanze colorate, giochi d’acqua in giardino, echi di Goldoni e Leonardo e Vivaldi e Toscanini e il Cardinal Borromeo e le maestranze della Scala. Il tutto mescolato a romanzi d’amore francesi e affreschi di Fetonte e sculture di Diana e i tritoni e le nobildonne romane e il Laocoonte riprodotto e lo struzzo impagliato che un tempo si aggiro’ stupito e baldanzoso tra le siepi alte sul far della sera.
E poi Pompeo. O meglio la statua che oggi sappiamo rappresentare Tiberio, ma che comunque resta Pompeo perché per anni e anni lo han pensato lui e adesso è lui e adesso, anche se non ci e’ morto sotto Cesare, la leggenda è così potente che ai suoi piedi Cesare ci sta sdraiato per davvero. Forse anche solo per godersi il fresco e il profumo del sorbetto che si diffonde leggiadro dalla Limonaia, provvidenzialmente annessa all’antica e riservata ghiacciaia.
martedì 18 aprile 2017
Decreti napoleonici, badie e calzolai pugliesi
La sera del 26 aprile 1809, non lontano da Alberobello, Giovanna Maria ha le doglie. La quadrisnonna della bisnonna Emilia Caforio, la nonna di mia madre, fa giù e su per la stanza, espira e ispira, ispira e espira, si ferma un momento e riparte. Poi arriva alla finestra e preme le mani sul davanzale e guarda di sotto, alla porta che dà il nome alla sua via, quella che da Noci conduce sino alla Badia di Barsento.
"Uè Tuminiccu, se tutto va bene portiamo un'offerta alla Madonna stavolta, mi raccumanno!". Suo marito, Angelo Domenico Lippolis, fa sisi con la testa e si concentra sullo stivale che sta riparando da un'ora e passa, mentre il sudore gli cola giù di lato. Questo figlio pare non voler uscire più in questo anno strano che è padre anche di Mendelssohn e Gogol (ma in case molto più sontuose) e che vedrà lo studente Frédéric Staps tentare di pugnalare il Bonaparte. Donato arriverà di qua alle dieci di sera passate, alla luce delle candele, e ancora in fasce sarà un grosso grattacapo per la famiglia tutta: Tuminiccu dovrà presentarsi dal Sindaco a causa sua. Perché sì, proprio da questo 1809 da cui partono tutti i faldoni in cui posso ravanare oggi in digitale, i bimbi si registrano in comune, grazie allo "Stato Civile" voluto da Gioacchino Murat in applicazione del codice napoleonico e dei decreti di pochi mesi prima. Se il padre non andrà, il parrocco non potrà battezzarlo e il fanciullo sarà dannato.
Nonno la detesta la novella burocrazia, ma tre giorni dopo, alle nove di sera in punto, subito dopo il lavoro, si presenta dal Sindaco e fa tutte cose. Suda più che mai ed è nervoso. In paese è uno dei primi a cui tocca. L'addetto lo riceve, annotta ogni dettaglio e per esecuzione della Legge ne fa "iscrizione nel presente libro" con tanto di indice in alfabetico per nome invece che per cognome (!). Epperò Giovanna e lui son pure fieri, che Donato è uno dei primi a Noci a stare sul "libro" e lo dicono a tutti e ne parlano coi vicini. E per fortuna che è tra i primi perché sennò con Serena Solla 200 anni dopo chissà se saremmo mai riuscite a scovarlo!
"Uè Tuminiccu, se tutto va bene portiamo un'offerta alla Madonna stavolta, mi raccumanno!". Suo marito, Angelo Domenico Lippolis, fa sisi con la testa e si concentra sullo stivale che sta riparando da un'ora e passa, mentre il sudore gli cola giù di lato. Questo figlio pare non voler uscire più in questo anno strano che è padre anche di Mendelssohn e Gogol (ma in case molto più sontuose) e che vedrà lo studente Frédéric Staps tentare di pugnalare il Bonaparte. Donato arriverà di qua alle dieci di sera passate, alla luce delle candele, e ancora in fasce sarà un grosso grattacapo per la famiglia tutta: Tuminiccu dovrà presentarsi dal Sindaco a causa sua. Perché sì, proprio da questo 1809 da cui partono tutti i faldoni in cui posso ravanare oggi in digitale, i bimbi si registrano in comune, grazie allo "Stato Civile" voluto da Gioacchino Murat in applicazione del codice napoleonico e dei decreti di pochi mesi prima. Se il padre non andrà, il parrocco non potrà battezzarlo e il fanciullo sarà dannato.
Nonno la detesta la novella burocrazia, ma tre giorni dopo, alle nove di sera in punto, subito dopo il lavoro, si presenta dal Sindaco e fa tutte cose. Suda più che mai ed è nervoso. In paese è uno dei primi a cui tocca. L'addetto lo riceve, annotta ogni dettaglio e per esecuzione della Legge ne fa "iscrizione nel presente libro" con tanto di indice in alfabetico per nome invece che per cognome (!). Epperò Giovanna e lui son pure fieri, che Donato è uno dei primi a Noci a stare sul "libro" e lo dicono a tutti e ne parlano coi vicini. E per fortuna che è tra i primi perché sennò con Serena Solla 200 anni dopo chissà se saremmo mai riuscite a scovarlo!
domenica 5 marzo 2017
Le anime centenni
Le anime centenni sono le mie preferite. Oggi si concludeva la mostra di Katja Snozzi al Museo Vincenzo Vela, un'esposizione che nasce da un libro bellissimo e che, per vie traverse, mi ha fatto scovare una nuova storia intrecciata tra quelle della mia famiglia.
Commossa e conquistata da questi volti decennali, in questi giorni mi sono (ri)chiesta come potesse essere quello della trisnonna Emilia. Così, mentre rileggevo l'annotazione della sua nascita nell'anno domini 1854 sull faldone dei battesimi dell'antica parrocchia di Santa Maria Segreta, ho scoperto che la sua madrina era una levatrice. Si chiamava Giuseppina Chiesa, era sposata con un mobiliere e aveva almeno una figlia, Maria, che come lei faceva la levatrice e aveva (guarda un po') fatto nascere nonna. Ma la cosa straordinaria è che nel maggio 1870 Giuseppina Chiesa fu processata da Tribunale di Milano perché rifiutò di dichiarare il luogo di venuta al mondo di un neonato.
Lo fece per proteggere la madre, in virtù di un segreto professionale che non poteva violare, di un patto di lealtà tra donne cui non si sarebbe sottratta. Trascrive il Monitore dei Tribunali che "la Giuseppa Chiesa stimavasi non solo in facoltà, ma anzi in dovere di sottrarre l'indicazione della casa imperrochè tale casa fosse lo stesso domicilio della madre illegittima". Il Tribunale la multò. Lei però non accettò la cosa. In giugno ricorse in appello, sfidò il Pubblico Ministero e ribadì di aver agito secondo giustizia. Questa volta le diedero retta.
La corte diede ragione alla donna lavoratrice e respinse le richieste del kafkiano messo comunale. Ascoltata la sentenza, Giuseppa si portò la mano al collo e sorrise. Infilò il capellino e uscì dal palazzone color crema di Piazza Beccaria, là dove adesso sta il comando dei Vigili Urbani. Sarebbe passata a casa, in via Armorari 6, a prendere la borsa. Poi via, di nuovo in strada. Un altro bambino aspettava di essere trascinato al mondo da questa donna tostissima che con la sua testardaggine aveva scritto un pezzo della legislazione italiana. E un pezzo della mia storia.
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