domenica 5 marzo 2017

Le anime centenni

Le anime centenni sono le mie preferite. Oggi si concludeva la mostra di Katja Snozzi al Museo Vincenzo Vela, un'esposizione che nasce da un libro bellissimo e che, per vie traverse, mi ha fatto scovare una nuova storia intrecciata tra quelle della mia famiglia. 



Commossa e conquistata da questi volti decennali, in questi giorni mi sono (ri)chiesta come potesse essere quello della trisnonna Emilia. Così, mentre rileggevo l'annotazione della sua nascita nell'anno domini 1854 sull faldone dei battesimi dell'antica parrocchia di Santa Maria Segreta, ho scoperto che la sua madrina era una levatrice. Si chiamava Giuseppina Chiesa, era sposata con un mobiliere e aveva almeno una figlia, Maria, che come lei faceva la levatrice e aveva (guarda un po') fatto nascere nonna. Ma la cosa straordinaria è che nel maggio 1870 Giuseppina Chiesa fu processata da Tribunale di Milano perché rifiutò di dichiarare il luogo di venuta al mondo di un neonato. 



Lo fece per proteggere la madre, in virtù di un segreto professionale che non poteva violare, di un patto di lealtà tra donne cui non si sarebbe sottratta. Trascrive il Monitore dei Tribunali che "la Giuseppa Chiesa stimavasi non solo in facoltà, ma anzi in dovere di sottrarre l'indicazione della casa imperrochè tale casa fosse lo stesso domicilio della madre illegittima". Il Tribunale la multò. Lei però non accettò la cosa. In giugno ricorse in appello, sfidò il Pubblico Ministero e ribadì di aver agito secondo giustizia. Questa volta le diedero retta. 




La corte diede ragione alla donna lavoratrice e respinse le richieste del kafkiano messo comunale. Ascoltata la sentenza, Giuseppa si portò la mano al collo e sorrise. Infilò il capellino e uscì dal palazzone color crema di Piazza Beccaria, là dove adesso sta il comando dei Vigili Urbani. Sarebbe passata a casa, in via Armorari 6, a prendere la borsa. Poi via, di nuovo in strada. Un altro bambino aspettava di essere trascinato al mondo da questa donna tostissima che con la sua testardaggine aveva scritto un pezzo della legislazione italiana. E un pezzo della mia storia.



lunedì 20 febbraio 2017

L'officina di Holt

E poi la sera, dopo il gran correre della giornata, finalmente è tempo di rifugiarsi a Holt. Come fosse una Spoon River dei vivi, come un ritorno a casa dopo un tortuoso viaggiare. Non ha bisogno della punteggiatura normale, Haruf. Lui ti parla nella testa (non urla ne' sussurra, parla come è ormai raro sentir parlare) e reinventa le regole dei dialoghi e dei trattini e delle descrizioni. Tutto il superfluo salta via, rimane solo sostanza (perché il pigiama e lo spazzolino a casa di Addie raccontano tutto ciò che va raccontato). E allora sì, ha ragione Missiroli quando dice che questa è meccanica celeste. Anzi forse proprio un'officina. L'officina di Holt. E la ferramenta di Lewis e la fattoria dei McPheron. Il riscatto degli utensili, mai come oggi così necessario.
NN Editore



domenica 5 febbraio 2017

Ogni dodici mesi, quando l'inverno volge al termine e la primavera si accinge a tornare, un mostro chiamato Nian esce dalla sua tana per cibarsi di giovinetti, proprio come il Minotauro. Nian è un essere pauroso, ma teme il rosso e i draghi e le danze marziali e i rumori forti. Per questo lo si scaccia con tamburi e sfilate, baccano e risate. 




Quando i primi emigranti cinesi arrivarono a Milano, poco dopo la prima guerra mondiale, Nian segui' anche loro e da allora ogni anno il Capodanno è anche qui, profuma di te al gelsomino e incensi e mescola lanterne vermiglie, ombrelli colorati, mandarini benaugurali, bimbi avvolti in impermeabili, biscotti della fortuna, un dolce di riso fatto apposta per l'occasione e grossi ventagli in cartapesta. 





Perché a Nian venga paura e ci lasci in pace per altri 12 mesi. Da qualche giorno sentivo che avevo anche io il mio Nian da scacciare, forse perché questo è l'anno del Gallo e proprio nell'anno del Gallo son nata anche io. Benvenuto Gallo, dunque! Che la buona sorte e i colori sgargianti d'Oriente siano con noi! E Nian se ne torni mesto nella sua tana.


sabato 13 febbraio 2016

La mia Sanremo di pan di zucchero tra astronomi e premi Nobel, imperatrici e scrittori, ville ottocentesche e treni carichi di fiori

Anche nei giorni del festival, per me la parola Sanremo ha un sapore tutto particolare. Vi si mescolano un'infinità di storie e scoperte.  


Per cominciare, la ricerca sull'hotel in cui soggiornarono a inizio Novecento i genitori di Anne Frank (tema cui ho dedicato un bel po' di studi e su cui ho coinvolto anche la Fondazione Anna Frank che mi ha risposto con entusiasmo e gratitudine, e mai lo scorderò).


A partire da una fotografia del marzo del 1925, ho iniziato a ravanare nel passato e infine, grazie all'intervento della cara Carlotta De Melas, siamo arrivati a scoprire che l'albergo in questione era l'Hotel Bellevue, oggi sede del comune sanremese (qui tutti i dettagli per chi volesse approfondire). Il cuore della questione, però, era che Sanremo era il luogo di nascita di nonna, che vi nacque alle 17.30 del 19 gennaio 1920, al n. 5 di Via Volturno, proprio a due passi dal Teatro Ariston.

Erano gli anni del primo dopoguerra e di lì a pochi mesi proprio a Sanremo il Presidente Nitti avrebbe incontrato il primo ministro britannico e quello francese assieme all'ambasciatore giapponese, vincitori indiscussi della guerra del '15-'18. C'era euforia nell'aria, voglia di riscatto, vitalità, ricostruzione. La sua infanzia nonna la ricordava così, piena di colori e amore, ricca, placida come in una favola. Sanremo stessa era una favola a cielo aperto, il punto in cui la terra e il mare diventavano una cosa sola. Una città costruita sopra il pan di zucchero, che per lei voleva dire che era una città fatta di gioia, come una pasticceria. Forse Elena non lo sapeva, o forse sì, ma lì, lungo Corso Levante (oggi Via Cavallotti, poco lontano dall'Hotel Bellevue), si era trasferito a vivere poco più di 30 anni prima il suo prozio Ercole Rogorini. Piccolo di famiglia, coccolato, vezzeggiato, accudito con particolare predilezione da genitori e fratelli maggiori, Ercole aveva studiato in Svizzera per tornare poi in Italia dove sarebbe diventato ingegnere occupandosi della costruzione della tranvia Bologna-Bazzano. Appassionato di astronomia, Ercole passava il tempo libero ad osservare il cielo. Quando fu colpito da pleurite, cominciò a girare l'Italia per trovare ristoro in località di mare. Approdò così a Sanremo, proprio nell'hotel che si trovava al n. 16 di Corso Levante, probabilmente gestito da tale Sig. Mazzetta che curiosamente di nome faceva Ercole come lui. Tra Ercole e Sanremo fu subito amore. Quando nel 1890, appena trentunenne, Ercole si spense, il treno che lo riportò a Castano Primo fu riempito di fiori.


Gli altri ospiti dell'hotel, persone provenienti da ogni paese, amici sanremesi, conoscenti, colleghi... tutti diedero il loro contributo e appena giunto a casa il treno sprigionò ovunque una ventata di profumi. Chissà se tra chi regalò il suo fiore al prozio, vi fu anche il vicino di casa, Alfred Nobel.


Il chimico svedese viveva infatti solo 10 numeri più in là, in quella che oggi si chiama Villa Nobel, una splendida architettura neogotica con torrette e metope affrescate, un nido in cui rifugiarsi ma anche un luogo di incontro di intellettuali e scienziati di ogni nazionalità. Intorno alla casa sorge (e sorgeva già allora) un giardino maestoso in cui ulivi, pini e agrumi si alternano a piante e fiori esotici. In effetti, se di quel recente passato c'era una cosa che nonna ricordava bene, con limpida, cristallina chiarezza, era proprio la Passeggiata dell'Imperatrice, dedicata, con la sua elegante vista sul mare e le sue aiuole fiorite e piene di aromi, all'imperatrice russa moglie di Alessandro II Romanov. La bellissima Maria Alexsandrovna era arrivata a Sanremo nel 1874 grazie alla nuova linea ferroviaria Nizza-Genova e avrebbe conquistato i tanti ospiti della città oltre che il cuore dei sanremesi, cui donò le tante palme che adornano ancora oggi il viale a lei dedicato. 



La giovane Romanov aveva una salute cagionevole ed era tormentata da tosse e febbri, oltre che da un marito infedele e irrispettoso. Sanremo fu per lei, come per molti, luogo di pace e ristoro ritrovati. 

In quegli anni nella cittadina erano cominciati ad affluire viaggiatori da ogni dove, nobili europei, esploratori d'oltre oceano, intellettuali, artisti. E così si erano moltiplicati anche gli hotel e le strutture ricettive, come L'Hotel des Anglais e L'Hotel de Londres, di cui nonna parlava sempre, e come le tante ville di eminenti ospiti stranieri. Tra tutte mi piace sempre ricordare Villa Tennyson e Villa Emily, entrambe fatte costruire dall'enigmatico, strambo, bizzarro scrittore e illustratore Edward Lear. Villa Emily, al numero 6 di via Hope, sarebbe poi diventata Villa Verde per essere quindi presa in gestione da Dora Kellner, che vi avrebbe ospitato l'ex marito in fuga, il mio amato Walter Benjamin, papà del piccolo Stefan che vedete qui ritratto con la sua mamma.  

Tutto questo per dire che si intrecciano trame impensate a Sanremo: aneddoti, viali, costruzioni, episodi, peripezie, gesta avventure. Per me la città di pan di zucchero è questa cosa qui, avviluppata alle note di Čajkovskij che giunse in città alla fine del 1877. Assieme alla zarina fece parte di quella comunità russa che darà poi vita alla Chiesa Ortodossa di Sanremo, che nonna ricordava perfettamente. E come avrebbe fatto a scordare quel tripudio di colori sgargianti e cupole a cipolla che paiono fiamme protese verso il cielo? Strana, complessa, imprevedibile, abbagliante, quasi quanto San Basilio a Mosca, ma nel cuore del Mediterraneo. 

Ecco dunque, l'infanzia di mia nonna si svolge qui. E ricostruendola pezzo a pezzo sbircio attraverso i suoi occhi quella che mi pare una delle storie più belle che io abbia mai avuto la fortuna di leggere.







sabato 6 febbraio 2016

Peppina, sorella ribelle

E' un lunedì di settembre del 1838 quando al convento di Cernusco sul Naviglio arriva una carrozza.


Ne scende festosa e urlante una ragazza di diciotto anni, Peppina, come la chiamano tutti in famiglia. La accompagna suo padre Francesco, che sorride sotto i baffi a sentirla esclamare "Eccomi! Sono qui anch'io! Sono Giuseppa Rogorini di Castano". Giuseppa, fiera e vitale, ingenua anche, è la sorella del mio quadris-nonno Luigi, zia dunque della mia cara Emilia. Ha il volto angelico, un amore infelicissimo alle spalle, un'energia irrefrenabile e ribelle che le attraversa il corpo. 

Quando arriva a Cernusco col suo ricco corredo di abiti (suo padre commercia sete, come sappiamo), Peppina diventa una Marcellina, ma ancor prima diventa amica intima di Suor Marina Videmari e di Maria Anna Sala. E pure di Monsignor Biraghi, con cui intrattiene una lunghissima corrispondenza e che chiede di lei spesso, spessissimo anzi, anche quando scrive alle consorelle. Non di rado Peppina fa di testa sua e viene redarguita, ripresa, punita: una notte lascia dormire in convento la zia di un'educanda ammalata. Contravviene alla regola che non permetterebbe agli esterni di trattenersi la notte assieme alle giovani ma, della punizione, pare le importi poco. A leggere il materiale (immenso) che la riguarda, pare un po' un'Antigone questa Peppina. Ha un'intelligenza brillante e autonoma, parla e scrive correttamente francese e custodisce una legge morale dentro di sé, una bontà profonda e genuina che, in ogni circostanza, prevalgono sul resto. Ha una tempra felice, come scrivono le consorelle, e dato sfogo alle lacrime "si pone in calma facilmente".

Nel 1840, quando suo zio Carlo muore, Peppina riceve in eredità 10 mila lire. Zio Carlo infatti non ha figli e lascia alla sua dipartita un patrimonio straordinario che ammonta ad oltre 400 mila lire. Da sempre studioso, devoto, attento e generoso, Carlo ha favorito l'ingresso in collegio anche dell'altra nipote, quella Teresa Valentini (figlia della sorella Annunciata e dunque cugina della nostra Giuseppa) che diventerà madre superiora e, appena trentenne, morirà poi di colera a Cernusco. Nel '40 Carlo riserva dunque ad ogni nipote maschio 20 mila lire, a ogni femmina 10. Il resto va tutto in beneficenza, benché le carte raccontino anche di un processo (perché forse qualche parte del testamento fu impugnata dagli eredi). Da dove derivava questa ricchezza immensa? In parte dall'eredità di papà Vincenzo (trisnonno della mia bisnonna) e in parte dal successo del negozio di stoffe di Carlo, in via Fustagnari a Milano, una via che non esiste più e che si trovava là dove oggi ci sono piazza Cordusio e via dei Mercanti. Ma questa è un'altra storia e noi oggi non vogliamo distrarci dalla nostra eroina. "La bona Rogorini" dunque è suora e possiede una ricca dote. Due anni dopo i voti, nel 1854, diventa così madre superiora a Vimercate, quasi a ricalcare (nei fatti esteriori almeno) le vicende della monaca di Monza. Lei e la Videmari, assieme a Biraghi, hanno in mente un'istruzione diversa per le loro allieve: moderna, corretta, laica, scevra da clausura perché per istruirsi non è necessario separarsi dal mondo né tantomeno rinunciare alla propria famiglia. Anzi "perché la clausura (la chiusura anche) è stupida e degradante e la mancanza di contatti impedisce ogni progresso". Questa cosa Peppina la sente sua anche quando i giornali del tempo accusano lei e le consorelle di "liberalismo". E su questa sua convinzione insiste, insiste, insiste. Sin tanto da andare a raccontarla nientepocodimeno che al Papa. Pio IX riceve lei e la Videmari in udienza nella primavera del 1866 e probabilmente le prende persino in simpatia.  


Ma non vuole (e non può) dare il riconoscimento pontificio all'istituto: «Non è tempo, mie dilette figlie, d'appagare le vostre brame. In breve tutti gli ordini religiosi subiranno una grande catastrofe, e voi pure ne andrete colpite. Coraggio però! Continuate a far del bene sotto qualsiasi norme e forma, purché il facciate». Poi le benedice e si ritira nelle sue stanze. Le due rientrano in via Quadronno deluse, proprio mentre scoppia la terza guerra di indipendenza italiana e, di lì a poco, viene decretata la soppressione degli ordini religiosi con incameramento dei beni ecclesiastici. Peppina non deve averla presa bene. Non so perché, ma la immagino furibonda a raccontare all'anziano padre quanto stava accadendo. Francesco per Peppina ebbe sempre stima e affetto. Una figlia così diversa da lui eppure così uguale... testarda, irruenta, contestatrice. Nel 1868 Suor Rogorini viene mandata a Genova, ad avviare una nuova casa per le studentesse dove i pranzi saranno allietati dalla musica e dalla ricreazione. Qui respira aria di mare, senza sapere che un giorno, su queste stesse spiagge, correrà bambina mia nonna, Elena, che avrà studiato come avrebbe voluto lei, in modo più laico e aperto, e che avrà una passione per le barche e per le "pavesi". Peppina tornerà a Vimercate l'anno seguente dove si spegnerà nel 1911, curiosamente in odore di santità. Lei, la sorella ribelle.
Le sue vicende, come le altre che sto raccogliendo, fanno parte della straordinaria e scombinata storia dell'albero genealogico da cui discendo. Composto da fuggitivi, mercanti di sete, baritoni della Scala, becchini solari, pittori squattrinati, emigranti in terre francesi, medici di Costantinopoli e indomabili chiome color rosso fuoco.


sabato 16 gennaio 2016

Quando Lady Chatterley visitò Bath

Giorno Sei

A distanza di mesi, continua il resoconto del viaggio in Cornovaglia. Non solo perché giustamente il mio amico Alessio Masi mi ha sgridata per aver lasciato il lavoro a metà, ma pure perché oggi -durante i miei studi strani, di quelli che il sabato mi guidano da un lato all'altro dei libri che scovo sulla scrivania- sono ri-approdata a Zennor, nella punta occidentale della Cornovaglia. Davanti a Zennor sono passata durante il mio viaggio di inizio agosto, ma al tempo non sapevo che questo piccolo villaggio tra St Ives e Pendeen, fosse stato il rifugio di D. H. Lawrence e del suo grande amore, Frieda.


I due furono qui negli anni della prima guerra mondiale, dopo il divorzio di lei dal primo marito (divorzio che fece scandalo, come fece scandalo la presa di posizione pacifista della coppia). Frieda era una donna dalla bellezza straordinaria. Ed era una donna passionale. Proprio la relazione che la baronessa avrebbe avuto anni dopo a Spotorno con il travolgente bersagliere Angelo Ravagli, giardiniere di quella Villa Bernarda in cui i due abitarono, avrebbe ispirato Lawrence per il suo Lady Chatterley. Così, sulle pagine eccitanti e spesso disperate di Lawrence e seguendo il richiamo della sirena di Zennor (che si trova scolpita sul sedile conservato nella chiesa del paese) rieccomi in viaggio, questa volta in direzione Bath.
Siamo arrivati in città sotto una pioggerella leggera e abbiamo lasciato i bagagli all'Abbey Hotel, albergo delizioso e in una posizione splendida, con tanto di piccola mostra di libri trasformati in quadri proprio nel corridoio che portava alle camere. A ricordarla oggi Bath, le prime parole che mi vengono in mente sono crema e arenaria. Tutto è meravigliosamente elegante, dalle anse del fiume Avon alle facciate curve delle case, dai cupcake colorati delle sale da tè alle colonne che circondano la vasca principale delle terme. Elegante ma non posticcio, non ridondante, non eccessivo. Jane Austen ne ha parlato tanto, tantissimo di Bath. Dalle sue lettere pare non amasse questo luogo, le sue ritualità, le sue feste noiose e vuote. Eppure qui le eroine di Jane si sono divertite come ragazzine, e noi con loro. Sì, in fondo a Bath sembra di passeggiare in un romanzo. Oppure di essere trasportarti indietro nel tempo, in un luogo di grazia, come credo intuì Kubrick quando girò qui tante scene di Barry Lyndon. 
I miei appunti mi ricordano la testa dorata della dea Minerva, conservata nel museo delle terme, ricco e stracolmo, e la scala protesa verso al cielo, scolpita sulla facciata della cattedrale. Più che altrove, devo confessarlo, a Bath contano i dettagli. Anche quando non ti concentri su di loro con attenzione, senti che sono curati e che non ti deluderanno, perché tutto è esattamente come dovrebbe essere. Anche quando si rompono gli schemi. Naturalmente abbiamo visitato i luoghi di rito, dal Jane Austen Centre -dove ho acquistato altri piccoli feticci su Jane- alla Pump Room, senza dimenticare una passeggiata fino a The Circle, gioiello dell'architettura mondiale dove quel giorno una sposa cinese faceva le sue foto di rito (stranamente sola, ora che ci penso!). La sera siamo usciti sul tardi e abbiamo cenato all'Acorn Vegetarian Kitchen che ha un menu capace di soddisfare vegetariani come me e carnivori come Ric.
Non lo ricordo, ma sono sicura che quella notte ho sognato Catherine Morland, la "non eroina" di Northanger Abbey. E che insieme ci siamo bevute un tè allo zenzero, mentre fuori la pioggia si faceva più fitta e battente. Come in Orgoglio e Pregiudizio.


domenica 13 settembre 2015

Rincorrendo Re Artù, tra cavalli selvaggi, noci di cocco e nastri variopinti (non lontano dalla casa di Agatha)

Giorno Cinque
La prima volta che ho incontrato davvero re Artù (se tralasciamo La Spada nella Roccia di Disney che pure adoro) è stata al liceo, quando la prof.ssa di francese ci ha iniziati al ciclo bretone con i libri di Chrétien de Troyes. Lì per lì, confesso, non fu folgorazione. Fascino sì, però. Discreto e per certi versi incompleto perché sentivo (e sento) che su questa storia mi mancavano ancora molti tasselli. Comunque con i viaggi delle ultime due estati sto cominciando a comporre il mio puzzle ripercorrendo le tracce di Artù al di qua e al di là della Manica. Nel mio quinto giorno in Cornovaglia, infatti, sono partita alla scoperta di Tintagel, luogo in cui -secondo la leggenda- nacque il mitico re.
Gli studi più recenti ritengono che il nome Artù abbia la stessa radice del vocabolo che indica l'Orso, sia in celtico che in greco. Questo vorrebbe dire che nella figura del giovane che estrasse Excalibur dalla roccia confluivano, per l'immaginario comune, tutte le qualità attribuite all'animale: la forza, la lealtà, la giustizia, la passione, il coraggio. Sia in pace che in guerra, Artù rappresentava il sovrano ideale. Dunque chi visita Tintagel si trova proprio nel luogo dove un personaggio eccezionale ha guardato il cielo per la prima volta. Di fronte a quelle scogliere a strapiombo sul mare, in mezzo alle folate di vento improvvise, circondata dall'erba soffice della Cornovaglia e dalle rovine del castello, poco importa che Artù sia un sovrano storico o immaginario. E' quello che rappresenta che qui si manifesta in tutta la sua potenza e anche nella sua fragilità. 
Perché, su queste rocce dove persino i gabbiani tremano scossi dal vento, basta una distrazione per scivolare di sotto o una tempesta improvvisa o una marea più rapida del solito a ristabilire l'ordine naturale e far tornare a governare gli elementi, anche nella loro forma più devastante. Nella parte bassa del sito si trova poi la grotta di Merlino. Ne parla anche Tennyson (di cui avevamo raccontato alcune vicende periferiche qui) nei suoi Idilli del re dedicati proprio alle vicende arturiane, spesso a partire dalla narrazione che ne fece Mallory. 
Terminato il viaggio nelle terre di Artù, siamo ripartirti direzione St Nectans Waterfall, una spettacolare cascata dove l'energia naturale non lascia scampo. E' un luogo curioso e vivacissimo: lo si raggiunge dopo una mezz'ora di cammino in mezzo ai boschi e, quando vi si arriva, si discende sino sotto alla cascata dove ogni sorta di ex voto fa bella mostra di sé. Un collezionista ne rimarrebbe stupefatto: immagini sacre convivono con cristalli celtici, nastri colorati, monete incastonate nel legno, statuette di fate, santini e pietruzze variopinte... Ognuno a suo modo vive qui la sua religiosità, più o meno tradizionale, più o meno condivisa. Ammettendo in ogni caso che nulla è più energetico, stupefacente e sbalorditivo della natura.
Forse lo ha spiegato bene Salgado in una sua intervista: "Non credo in Dio. E ho smesso anche di credere nell'uomo. Ma i miracoli ci sono, per me lo dimostra l'esistenza delle noci di cocco: tutto è lì dentro: cade dall'albero, resta a terra per giorni, la apri ed è ancora fresca". Così dopo una fresca limonata e una carrot cake gustata nel punto ristoro gestito da hippy proprio sopra la fonte, via di nuovo verso l'autostrada. Ci attendeva il Dartmoor, il parco nazionale del Sud della Gran Bretagna. Si capisce subito quando entrate nel parco, almeno se arrivate -come capitava a noi venendo da Tintagel- da Tavistock, città natale del corsaro Francis Drake. 
Superata la cittadina, pochi chilometri e ci siamo trovati circondati... da cavalli allo stato brado. E' stato uno spettacolo così  emozionante nella sua naturalezza da lasciarci stupiti come polli. Chi viene dalla città spesso diventa così ingenuo e impreparato rispetto alle cose più naturali, da lasciarmi sconvolta. Ovverosia: io stessa mi stupisco di me stessa, in un intreccio bizzarro epperò vero e sacrosanto. Comunque, bando alle ciance, ci siamo fermati lì, in mezzo ai cavalli. Il cielo plumbeo e minaccioso non faceva alcuna paura: era l'ambientazione ideale per quella che è la brughiera di Arthur Conan Doyle (di cui avevamo detto alcune cose qui e che nel Dartmoor ambientò Il Mastino dei Baskerville) nonché di Thomas Hardy (nei suoi romanzi la natura è un personaggio vero e proprio, violenta, istintuale, incontenibile. E stando qui si capisce perchè). Il nostro rifugio per la notte è stato il Kilbury Manor, questo delizioso posto qui (distante poco più di 30 minuti da Torquay, città natale di Agatha Christie che nei miei viaggi ho inseguito sino ad Istanbul). Al maniero, con le sue stanze calde e accoglienti, le colazioni della meravigliosa signora Julia soddisferanno anche i palati più esigenti e saranno sufficienti per farvi sentire sazi per almeno 12 ore! Una cena veloce, un po' di lettura in giardino, una doccia caldissima nel bagno bianco e nero e poi via a dormire tra i suoni della natura. Certamente Merlino, magari in compagnia di Dieci piccoli indiani, avrebbe vegliato su di noi.

Tutte le foto di questo articolo (giovane Artù a parte!) sono opera di Riccardo Bianchi.


Giorno Uno

Giorno Due

Giorno Tre

Giorno Quattro

Giorno Cinque

Giorno Sei