sabato 2 agosto 2025

Dublino, Temple Bar

Contrariamente a ogni aspettativa, temevo qualcosa di turistico, mi sono invece innamorata di Temple Bar, il quartiere più antico di Dublino che però è anche un progetto di riqualificazione urbana che è stato dibattuto per anni. Alla fine si è trovata questa via: gli antichi abitati e botteghe degli artigiani sono stati riqualificati e restaurati. No alti grattacieli, no marchi alla moda. Ora è un tripudio di musica dal vivo, istituti di cinema, scuole per tecnici del suono, pub in festa, gallerie d’arte, birra a profusione, librerie per creativi, atelier di tatuaggi.

Quanto adoro, durante i miei viaggi, portare “a capossutto” -come avrebbe detto la mia bisnonna pugliese- le mie sciocche convinzioni.





venerdì 1 agosto 2025

Dublino, Trinity College

Stanotte dormiremo qui: un’oasi di quiete color cielo del nord.

A onor del vero, stamattina era tutto un fermento (con tanto di matrimonio e cornamuse!), ma ora il Trinity College è rosa pastello e riposa. Siamo rimasti solo noi -viaggiatori che affittiamo per qualche notte le camere degli studenti- assieme ai primi iscritti già tornati per prepararsi agli esami. E sicuramente ai fantasmi dei vari Wilde e Beckett che hanno studiato qui, e pure quello di Joyce (che invece non vi fu ammesso anche se ora tutto parla quasi sempre di lui, o meglio di come lui abbia intriso ogni cosa perché da ogni cosa dublinese si era lasciato intridere).
Al Trinity ci si sente un po’ come per i cortili di Harvard, credo, ma lo sguardo si fa più selvatico e stupefacente. Come i giardini qui intorno. Per farsi dublinese mi sa che questo possa essere un buon inizio (tanto che forse, mentre Ric è già crollato, me ne vado a socializzare con gli studenti nella sala comune che è deliziosa - ma non è vero perché di sicuro bastano poche pagine del Kindle e mi addormento io pure di schianto).





giovedì 17 luglio 2025

Diana Markosian - Shirin Neshat: abitare l'assenza

 

“Non salutammo mio padre. La mattina dopo arrivammo in California. Allora non lo capivo, ma sarebbe stata la nostra nuova casa. Per mia madre il modo per dimenticare mio padre era semplice. Tagliò via la sua immagine da ogni fotografia di famiglia. Per me, quei buchi rendevano più difficile dimenticarlo. In America, ho aspettato che venisse a cercarmi. Non lo fece mai. Mi sono spesso chiesta come sarebbe stato avere un padre. Me lo chiedo ancora”. 


Diana Markosian.
My Grandfather's Suitcase, Father series, 2014-2024.
Courtesy of the artist

Due mostre, anche se sono lontane, possono avere sguardo similari: a Les Rencontres d’Arles 2025, Diana Markosian racconta in Père la ricerca del padre scomparso, portando lo spettatore nel suo viaggio personale tra memoria, assenza e ricongiungimento. Portata negli Stati Uniti a sette anni senza salutare suo padre, Markosian torna in Armenia quindici anni dopo, senza fotografie né indirizzi, per ricostruire un legame interrotto. Video e fotografie si intrecciano, restituendo la fatica e la delicatezza di una riconciliazione familiare, il vuoto lasciato da anni di separazione e la complessità di ritrovare chi ormai è un estraneo. Al PAC di Milano, Shirin Neshat ripercorre trent’anni di carriera con un corpus di fotografie e video-installazioni che indagano esilio, genere e identità culturale. Dai corpi femminili scritti con calligrafie poetiche di Women of Allah fino a The Fury, Neshat intreccia intimismo e politica, Oriente e Occidente, memoria collettiva e storia personale. Il suo sguardo mette in scena la distanza (e pure l'assenza) come condizione esistenziale, trasformando la frattura in energia creativa. Due percorsi, due generazioni, due linguaggi diversi: Markosian ricostruisce la ferita privata di una famiglia divisa, Neshat illumina le tensioni di un’esistenza esiliata e culturale. Entrambe a mostrare che l’assenza può essere materia poetica, e che guardare il passato con coraggio è il solo passo che abbiamo se vogliamo abitare un nuovo presente.




martedì 27 maggio 2025

Vesak 2025 o del cambiare ogni cosa

Penso che ci sarà un prima e un dopo per Milano. Prima del Vesak 2025 e dopo il Vesak 2025. Che ha riscritto in modo netto eppero’ non definitivo (che è la cosa più bella come il buddhismo insegna), cosa voglia dire fare eventi per le persone in città, cosa significa farle incontrare, cosa significa farle parlare, cosa significa farle ascoltare.




Un breve elenco di quel che mi porto dietro e che non mi mollerà facilmente:

-Jane Goodall (classe 1934) è una delle donne più energiche, guerriere, rassicuranti e magnetiche che esistano al mondo. Quando sale sul palco con un balzo e fa il verso dei suoi scimpanzé e i cani rispondono, il mondo si ferma anche al centro di Fabbrica del Vapore e il pianeta ricomincia a respirare (c’è speranza, si’. Con Jane ce n’è sempre)



-per tre giorni i monaci sono stati mescolati tra noi: come noi usano sacche in tela per i loro libri, come noi chiacchierano, passeggiano, bevono acqua dal boccione, ridono (a crepapelle a volte). Essere tutti insieme e tutti intrecciati nello stesso luogo ci ha uniti nel quotidiano come mai mi era capitato prima

-Il verbo meditare (meditor) è la forma iterativa del verbo medeor che in latino significa prendersi cura. La meditazione è ripetizione. La cura e’ ripetizione. Del gesto, della sillaba, del pensiero, della pulizia, della concentrazione, della parola

-ricevere un bracciale benedetto da un monaco buddhista intreccia il tuo polso a qualcosa che non conosci e l’energia e pace sue si diffondono nel corpo tutto  

-le persone che siamo sono le storie da cui veniamo, come ricorda Jetsun Pema, sorella del Dalai Lama, che insegna ai piccoli tibetani dove affondano le loro radici 

-la mediazione non può curare il cancro ma può curare il nostro sguardo su di lui 

-il se’ non è una singola identificazione ma nemmeno la somma delle parti 

-l’unione di tutti gli esseri, come spiega Jane, la possiamo trovare nei boschi. Ognuno di noi può, purché sia solo perché in queste cose gli umani rischiano di fare da interferenza 

-la reverenda Elena Seishin Viviani e’ una donna splendente e piena e ti insegna che oggi idolatriamo il cibo ma abbiamo perso il suo rito. La giusta quantità e’ tutto quel che serve in un pasto e nella vita nostra 

-il buddhismo non si semplifica. Sempre sempre bisogna studiare perché se no sarà facile dire: ecco vedi, non funziona



-prima di pensare che il buddhismo sia la nostra via, dovremmo meglio studiare anche i nostri testi sacri, e ce lo dicono i monaci

-non è che il viaggio è più importante della metà, il viaggio è la meta

-la retta parola cura, come dice Baricco. E per farlo si fa mite e sobria e esatta e perimetrale. Perché abbiamo dato troppo spazio al pressapoco ed è tempo di riprendercelo

-la dipendenza che abbiamo da device si può placare, e sui social possiamo usare modi diversi di raccontare purché abbiamo il coraggio di diminuire ciò che ci piace ma fa male e aumentare ciò che a un primo sguardo pare costare più fatica ma ci fa bene, come spiega Lama Michel

-osservare i monaci che creano e disfanno il loro mandala e’ ipnotico  

-quando passiamo per le nostre campagne di filari stretti stretti e ammassati, dovemmo porci sempre la domanda che pose Vandana Shiva durante un convegno in Italia: perché crocefiggete i vostri meli? 

-la musica cura, e curano le collaborazioni tra festival negli stessi giorni: così il concerto di piano city a Vesak con Cesare Picco a celebrare Keith Jarrett accorda cose e tiene mondi (tutto si tiene)

-il cibo cura e se lavora con amore il cuoco si fa monaco e la cucina cura 

-una cosa molto pratica e molto spirituale che noi tutti possiamo fare, come suggeriscono Simone Salvi e Lucio Cavazzoni, è recuperare una relazione coi nostri agricoltori e stare ad ascoltare quello che dicono 

-una domanda che sempre dobbiamo porci per capire se siamo nella giusta direzione: la vita che sto vivendo mi rappresenta?

-quando dai loro la benedizione gli animali sentono cose e lo dicono a gran voce

-Bhikkhunī Dhammadinnā l’ha spiegato bene come nessun altro: se prendiamo cura degli altri, ci prendiamo cura di noi stessi.





lunedì 7 aprile 2025

Grassi, grossi segreti della Design Week

 Un altro dei grassi, grossi segreti della Design Week è che permette di accedere a palazzi, sagrestie, appartamenti che -normalmente- sarebbero preclusi a noi umani.

Così, dagli scampoli della giornata di oggi, mi porto a casa:
-l’ingresso e il giardino sul retro di Palazzo Castiglioni col suo Liberty dirompente e il suo allestimento spagnoleggiante
-le linee pulite della chiesa anglicana di Tutti i Santi in dialogo con il design essenziale di Bodo Sperlein (che al momento è il designer più gentile e sorridente che abbia conosciuto quest’anno)
-l’eleganza abbacinante di Palazzo Donizetti che si dischiude oltre un portone che sembrerebbe poco roboante (ma sarebbe un errore pensarlo!)
-la sagrestia della Chiesa del Carmine invasa dal profumo del cedro antico e dal lavorio di fumi e fragranze australiane di Aesop
-le tappezzerie di Cesare Correnti 15 (si torna li’ ogni anno anche solo per loro e per quei vetri blu che più blu sarebbe duro immaginarli)
-Palazzo Bovara che si fa alchemico (ma quando ti affacci alle finestre i giardini lì fuori non hanno eguali quanto ad alchimia)
-le tante anime di Antonio Marras, che fa ogni volta del suo “Nonostante” una storia sarda che pizzica corde che risuonano
-bonus track: oggi in Statale c’erano un sacco di spighe di grano e fiori. E quel circo caotico, grazie e loro, mi è piaciuto -confesso- un po’ più del solito.








domenica 6 aprile 2025

Fioriture alla Design Week 2025

 La mia lista di cose belle per iniziare questa settimana del design qui.

-I fiori che sbocciano in ogni materiali e gli alberi caduti che riprendono vita da @rossana_orlandi Orlandi



-Byoung Cho che ci fa camminare scalzi su una piattaforma di terra rossa nel cortile di Palazzo Litta e ci ricorda -ahimè serve- che “Nessuno possiede la Terra” e che sarebbe sciocco pensarlo
- @6am_glass che apre gli antichi bagni pubblici della Piscina Cozzi e racconta l’audacia, il mistero, il misticismo anche delle antiche e nuove fornaci del vetro
-il marmo, il metallo liquido, i fiori di carta dal cielo di @bagnara.truestones
-la Library of light all’Accademia di Brera
-la Corea del Sud che racconta la sua storia attraverso la sua modernità e mi stupisce sempre per la cura che ci mette (che fa impallidire il nostro “occuparci di dettagli”)
-i tessuti di luce di @lcdtextile nella Sala degli Specchi di Palazzo Litta
- @studio_forward col suo calore e ardore palermitano (e ci sembra di conoscerci da sempre. Bisogna andare assolutamente a trovarli)
-Yong Nam Kim che ricompone la tradizione degli armadi coreani attraverso lo sguardo del vetro e del vuoto che si apre al silenzio
-gli Orizzonti di @zanellatobortotto che riescono a cucire connessioni tra libri raffinati e una casa che spazia tra le nebbie della laguna veneta, gli intrecci dei tessuti sardi e le dune della Namibia
-i piatti che si tingono di luce di @habits_design (e paiono haiku) da @superstudio.events
-Homoka e Aqua Clara che la plastica la trasformano in qualcosa di scintillante come gioielli acquatici



-la maschera di bellezza (ovviamente coreana) che ci concediamo dopo queste 10 ore e 22 mila passi di design a Milano (e pare bava di lumaca, ma assicuro che non lo è perché è vegana)





Robert Wilson, la Pietà Rondanini e l'arte del silenzio

Se dovessi scegliere una sola delle meraviglie viste oggi, sceglierei questa qui. Che, guarda un po’, si apre in pieno buio. Perché, per farti guardare per davvero la Pietà Rondanini, Robert Wilson spegne radicalmente la luce. E poi la riaccende, piano piano, linea dopo linea, ed eccola qui l’anima di Michelangelo, sulle note dello Stabat Mater di Arvo Pärt. Lei, la madre, lo prende, il figlio, lo tira su. E, così è parso a me, eccolo che risorge. Eccolo che si rifà carne e rosso sangue ed ecco che infine la luce si spegne di nuovo e lui va via e resta il marmo, materia in cui qualcosa è passato, in cui qualcosa è vissuto. Un’esperienza che abiterò ancora a lungo. Con anche una domanda (più futile rispetto a quella della risurrezione, o forse no): da quanto tempo non stavo zitta e buona a guardare, al buio, una singola opera d’arte? Grazie Robert Wilson per riportarmi a vedere le cose. Partendo dal buio.

(Le foto così come i telefoni non sono ammessi, e questa cosa è bellissima. Ecco quindi due scatti ufficiali ©Archivio Change Performing Arts che ringrazio)