lunedì 28 settembre 2020

Sky in the Room

Quando stavamo chiusi in casa, abbiamo cercato il cielo dentro le nostre stanze. Le avremmo scoperchiate per respirare più intensamente, avremmo voluto urlare certe volte, e liberarcene. È una cosa vicinissima eppure pare già lontana decine di galassie, una cosa di quelle da cui scappi pensando che si possa cancellare, sopprimere, emendare, riscrivere in modo diverso. L’islandese Ragnar Kjartansson fa l’esatto contrario: prende la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto (che sta lì dove un tempo c’era l’altare che confortava gli appestati), prende una canzone che dice esattamente quel che è stato e, con naturalezza estrema e quasi disarmante, inizia a pregare. Inizia a farci pregare. Un mantra con le parole di Gino Paoli e le note dell’organo. Tutto piccolo, raccolto, prezioso, tutto così semplice da lasciare finalmente muti. Poche persone alla volta, moltissimo senso, altissima densità.

Ripartire dal silenzio, dalla musica, dalle idee, dalle connessioni. Un nuovo Libro (bianco) di Jung.

E questa stanza, ora per davvero, non ha più pareti, ma alberi.

Sky in the room

Fondazione Nicola Trussardi
San Carlo in Lazzaretto





martedì 7 gennaio 2020

Letizia Battaglia a Palazzo Reale, Milano

Andare a Palazzo Reale per far visita a Letizia Battaglia. E incontrare Maria Lai.
Tenendo per mano il bianco e nero.

mercoledì 1 gennaio 2020

Banksy, Betlemme, Aida Camp

Oggi è stato uno giorni più intensi e possenti e sconvolgenti della mia vita. Cambiando (di nuovo) tutti i programmi della giornata, siamo andati a Betlemme. E abbiamo visitato l’Aida Refugee Camp assieme a Marwan Fararjeh, palestinese che da anni collabora con Banksy e col suo progetto lungo il muro. 

Ci ha mostrato i luoghi, le persone, i disegni. Ci ha spiegato dei due angeli, quelli di Banksy che aprono il muro, ma anche i due angeli americani: due ragazze che dopo aver visitato il cimitero palestinese, incastrato tra torrette e filo spinato e inzozzato dai soldati, son tornate a pulirlo e a ridare dignità e futuro a quelle pietre. Ci ha mostrato Messi sul muro e Ahed Tamimi, la ragazza simbolo dell’attivismo palestinese. 


Ci ha spiegato della festa di Natale organizzata da Banksy e Danny Boyle per i bambini di Aida, e dell’acqua razionata (nemmeno quella piovana è legale raccogliere, ma nel campo Marwan ci ha comunque offerto il caffè), di un muro che fa a zigzag (ufficialmente per creare un parcheggio “sicuro”, ma qui di sicuro non c’è nulla), degli scontri, delle incursioni in notturna per tagliare le piante “perché ostacolano la visuale”. 



Ci ha raccontato della sua idea di pace e di essere umano. Di giustizia e di libertà. Di monete in arabo e inglese e ebraico datate 1942 perché stare insieme era e sarà possibile. E di gioielli artigianali ricavati dal metallo dei lacrimogeni e dei proiettili “a salve” (sì, i proiettili a salve son zeppi di metallo e ti possono ammazzare). 


Mentre da lontano si sentono due spari (ma paiono in aria o lontano e Marwan ascolta e allunga l’orecchio ma poi subito ritorna tranquillo), ci portiamo via da qui la necessità di raccontare, la gratitudine per Banksy che ci ha condotti qui, l’amore per il fratello Marwan che ci abbraccia prima di lasciarci e che viene via con me, nel ciondolo a colomba ricavato dai lacrimogeni e nelle lacrime che ancora non ho pianto ma che nei prossimi giorni faranno di sicuro capolino.




domenica 14 luglio 2019

Una giornata a Monk's House: dettagli pratici



Il cottage di Monk's House fu l'ultima dimora di Virginia Woolf. Qui lei e Leonard trovarono la pace che cercavano, ma crearono anche una sorta di Bloomsbury di campagna, poco lontano da Charleston, la casa della famiglia allargata di Vanessa Bell. Giorno dopo giorno, occupandosi del cottage, del giardino, dello studio, del miele, delle mele, dei fiori, i due "lupi" divennero un tutt'uno con questi luoghi, lungo sentieri che mentalmente riportavano Virginia ai momenti d'essere vissuti a Talland House, a St. Ives, nella sua casa in Cornovaglia (quella dove aveva passato le sue estati bambina).

La Casa e il Giardino

Tutti i dettagli per la visita alla casa si trovano qui, sul sito del National Trust. Aggiungo che l'ingresso al giardino è gratuito (per la casa c'è invece un biglietto) e che nel mio caso alle ore 14 c'è stato un reading dedicato a "Tra un atto e l'altro". Un momento bellissimo trascorso proprio lì, ai piedi dello studio di Virginia, beatamente accovacciati sul prato o sulle belle sdraio a disposizione.
Per sapere tutto del giardino di Virginia e Leonard, il libro di riferimento è senza dubbio "Il giardino di Virginia Woolf", da leggere prima e dopo il viaggio. Un altro volume meraviglioso in cui si parla (anche) di Monk's è "Stanze tutte per sè" di Nino Strachey, discendente della famiglia di Lytton Strachey. Di mio, ho scritto un breve saggio che trovate qui  dedicato al giardino di Monk's e a quello di Jane Austen a Chawton.



Come raggiungere Monk's House in treno

Monk's House si trova nella cittadina di Rodmell. La soluzione più comoda per raggiungerla è prendere un treno della Southern Railway  da Victoria Station sino a Lewes. Sono solo 7 fermate, un viaggio di 1 ora e 7 minuti che conduce nel cuore delle campagne inglesi. I biglietti si possono prenotare online risparmiando un pochino e ricevendo una ricevuta via email: sarà sufficiente inserire il codice relativo nelle casse automatiche della bella Victoria Station ("Collect your tickect") e  stamparli lì direttamente prima della partenza. Una piccola e importante nota: il treno in questione potrebbe essere di quelli che, in una certa stazione, si dividono in due: è sempre bene leggere con attenzione i cartelloni automatici così da accertarsi di prendere posto sulla carrozza che andrà poi nella corretta direzione. In alternativa si dovrà, come ho fatto io correndo come una pazza, catapultarsi giù dal treno e cambiare di corsa carrozza!



Arrivati a Lewes, è preferibile uscire dalla parte frontale della stazione (c'è anche un'uscita sul retro che sconsiglio perché allontana dalla fermata dei bus). Proprio di fronte all'ingresso della stazione, sul lato destro, si trova un deposito bagagli self service. Uscendo dalla stazione, sul lato sinistro in questo caso e a pochissimi passi, si trova la fermata del bus 123 della Compass: sarà lui che ci condurrà, in una quindicina di minuti, a Rodmell. Qui è possibile consultare gli orari dei bus, ma talvolta vi sono variazioni o soppressioni improvvise (nel mio caso: un ritardo di una ventina di minuti). Per questo è bene tenere sempre un piccolo margine nel prenotare l'orario del treno di ritorno da Lewes.




La fermata "Rodmell" del 123 vi porterà qui. Tornando indietro di pochi metri e svoltando a destra sarete sulla giusta strada, quella per Monk's.

Per il ritorno, la fermata del bus si trova invece proprio di fronte al pub, The Abergavenny Arms.
E chi dovesse riprendere direttamente l'aereo può, una volta arrivato a Lewes, scegliere il treno per Gatwick (il viaggio da Lewes è di 38m).

Dove mangiare

Sono stata a Monk's in giornata, partendo da Londra. Aprendo il giardino alle 12.30 e la casa alle 13, prima della visita ho pranzato nel delizioso The Abergavenny Arms, che ha sul retro un giardino fresco e fiorito. Mi aspettavo tipici piatti da pub con qualche difficoltà per i vegetariani come me. Al contrario, ho mangiato delle squisite meze con hummus, insalata e olive. Il menu dettagliato è qui https://www.abergavennyarms.com/menu/. Siccome ero con il mio trolley (non avendo trovato il deposito bagagli a Lewes, ma ora so dov'è come vedete al punto sopra!), ho chiesto ai proprietari di poterlo lasciare da loro durante la visita alla casa di Virginia. E loro hanno accettato con gentilezza rara (e mi han liberata di un bel peso!).

Foto del pub scattata mentre riposavo alla pensilina del bus



St Peter

Monk's confina e si affaccia sulla chiesa di St Peter, circondata da un cimitero di pace come lo sono tutti questi piccoli luoghi nel cuore della campagna. Per visitarlo, si prende la via a destra subito prima di Monk's House. La porta della chiesa può sembrare chiusa: basta invece ruotare il batacchio a sinistra per entrare e visitarne gli interni.



Un giardino tutto per sé. A Chawton con Jane Austen, a Monk’s House con Virginia Woolf



Non puoi immaginartelo – non è nella Natura Umana immaginarsi che bella passeggiata abbiamo fatto in giro per l’Orto. – La fila di Faggi ha un aspetto davvero molto bello, e così la siepe di Talee in Giardino. – Oggi ho saputo che su uno degli Alberi è stata scoperta un’Albicocca [1].

C’è un acquarello dai colori caldi che molte delle lettrici di Jane Austen riportano probabilmente alla mente quando pensano al cottage della scrittrice a Chawton. Si tratta di un’opera che si rifà, secondo i più, proprio a un disegno della nipote di Jane, Anna. Osserviamolo ancora una volta e soffermiamoci per qualche istante su atmosfera e dettagli. Se lasciamo liberi lo sguardo e l’immaginazione, se proviamo a spingerci oltre i colori e a cogliere suoni e odori di quel che vediamo, in un attimo ci troviamo trasportati davanti alla facciata in mattoni rossi del cottage di Chawton. Sembra che abbia smesso di piovere giusto un attimo fa e che la natura si stia rischiudendo in tutta la sua bellezza davanti agli occhi della pittrice, e ora anche davanti ai nostri. L’aria pomeridiana è impregnata del profumo delle albicocche mature e dei frutti più deliziosi della campagna inglese, gli stessi di quel Mercato dei Folletti descritto, cinquant’anni dopo, da Christina Rossetti (1830-1894) con un simbolismo preraffaellita che fa oscillare i suoi versi tra il mondo delle fiabe e un misticismo a tratti sensuale. 


Nello stagno lì di fronte (che nel marzo del 1816 rischierà di straripare a causa del brutto tempo[2]) qualche anatra nuota tranquilla; le indicazioni stradali su legno bianco che ben conosciamo segnalano le vie; un cagnolino si scuote vivace, forse per asciugarsi dall’acquazzone appena finito; alcune signore con un ombrellino e una donna più anziana con un cesto tra le braccia camminano le une verso l’altra. Se poi spingiamo lo sguardo più in là, un poco più verso destra sul fondo del quadretto, la vegetazione si fa più fitta, quasi a creare una fresca galleria di fronde da cui emerge un carretto che procede sulla terra ancora un po’ umida.

            Figlia di James, il fratello maggiore di Jane Austen, l’autrice di questo disegno, Anna (1793-1872), aveva sposato Benjamin Lefroy assumendone il nome e lasciando poi ai posteri un breve memoriale sull’adorata zia[3]. Accanto al suo scritto, la giovane – che come Jane amava scrivere e prima del matrimonio lavorava a un romanzo che nelle sue intenzioni si sarebbe intitolato Which is the heroine? – ci tramanda anche quest’immagine avvolgente e colorata che ci racconta, senza l’uso di parole, come dovevano presentarsi al tempo il cottage e parte del giardino che lo circondava.
            A Chawton, non lontano da Alton, nello Hampshire, Jane, la sorella Cassandra e la madre settantenne erano giunte nel 1809 insieme all’amica di famiglia Martha Lloyd. A mettere a loro disposizione la dimora era stato Edward (terzogenito degli Austen, adottato dai ricchi Knight), che aveva proposto alle donne di trasferirsi a Godmersham Park nel Kent o a Chawton, nello Hampshire. La scelta era infine ricaduta sulla casa di Chawton, non lontana dalla chiesa di St. Nicholas, nel cui cimitero ancor oggi riposano la mamma e la sorella della scrittrice.
            Ma com’era al tempo il giardino del cottage di Jane? Che specie accoglieva, che colori e che forme presentava? E in che modo Jane lo viveva stagione dopo stagione, rendendolo spesso personaggio silenzioso eppure vividissimo dei suoi romanzi, primo tra tutti Mansfield Park? Per immaginarlo, oltre al quadretto di Anna, ci viene in soccorso il ricordo che della scrittrice fece un altro nipote, fratellastro della stessa Anna, James Edward Austen-Leigh. Attraverso le sue parole scopriamo che la grande finestra del soggiorno del cottage di Chawton fu chiusa e trasformata in libreria (leggevano moltissimo le nuove inquiline), mentre ne fu aperta un’altra sul lato

            che permetteva di vedere solo prato e alberi, dato che un’alta palizzata di legno e delle siepi di   carpino impedivano la vista della strada. Da ogni lato erano stati piantati degli alberi per creare un sentiero ombroso, tutto intorno al recinto, che forniva spazio sufficiente per l’esercizio fisico delle signore. C’era un piacevole e irregolare miscuglio di siepi, sentiero ghiaioso, frutteto ed erba alta da fieno, che cresceva su due o tre piccoli recinti che erano stati riuniti[4].

            Grazie al memoriale di James Edward e alle lettere di famiglia, ecco dunque crescere ed intrecciarsi davanti ai nostri occhi le specie che popolano il giardino di Jane. Per cominciare ci sono appunto le siepi di carpino citate dal nipote. Si tratta di una specie rustica che sopporta bene vento e gelate e presenta una chioma fitta e foglie verdi dentellate, che d’inverno si fanno giallo-brune. Grazie a queste siepi, che si intravedono anche nel disegno di Anna proprio a sinistra della casa, si delinea il perimetro del giardino che appartiene alle signore Austen. Al suo interno un’infinità di fiori, alberi, piante, frutti e verdure fa bella mostra di sé, sin dal trasferimento delle quattro signore nella loro dimora. Ma procediamo senza fretta, come impongono i ritmi di questo inizio di XIX secolo. Oltrepassiamo la porta di questa casa tutta al femminile ed usciamo in giardino, in una fresca mattina inglese, al fianco di Jane che, chiudendo dietro di sé la porta in legno bianco, si sistema la cuffietta tirandola sopra le orecchie. Ecco che da un lato, raccolta in cespugli folti, zia Jane ci mostra la reseda medicinale di Cassandra, che ha proprietà calmanti e dai cui fiori gialli si derivano olii essenziali o, con appositi procedimenti, anche un pigmento per tessuti giallo brillante; chiudiamo gli occhi e concentriamoci per un momento sugli odori: in un attimo le nostre narici incontrano il profumo fresco e dolcissimo degli albicocchi e dei prugni che in primavera si ricoprono di fiori bianco-rosa e attirano le api e gli insetti più curiosi.
            Questa fragranza calda e avvolgente è la stessa che invade le stanze di casa, se – come possiamo supporre – anche a Chawton apprezzano i suggerimenti sull’utilizzo del potpourri contenuti in A New System of Domestic Cookery, l’elegante volume di Maria Eliza Rundell del 1806 che segnerà la storia dell’economia domestica del Regno Unito: un libro pubblicato da quel John Murray che dal 1815 sarà anche l’editore dei romanzi della Austen. Poco più in là, nel punto indicato da Jane mentre con una mano si ripara gli occhi dal sole, ci accoglie l’aroma delle fragole. La scrittrice le adora e a loro dedica più di un passaggio in Emma, come quello in cui Mrs. Elton ne nomina ben tre varietà: le Hautboy dai lunghi steli, le Chili del Sudamerica e le White Wood, simili alle nostre gustosissime fragoline di bosco[5]. Nel giardino di Chawton, più fitti di quanto non accada oggi, ci sono poi olmi, tassi e faggi imponenti, castagni frondosi, maestosi abeti rossi: sono i luoghi del refrigerio della famiglia Austen. Alla loro ombra si riposano le due Cassandra, madre e figlia, la nostra scrittrice e la cara Martha.
            Più ci addentriamo nel loro giardino, più l’atmosfera che respiriamo al fianco delle nostre eroine si conferma quella del «landscape garden» inglese, portato al suo splendore da Capability Brown e dal suo successore Humphry Repton, cui non a caso Miss Bertram indirizza Mr. Rushworth in Mansfield Park[6]. Poco lontano dai faggi c’è l’uvaspina di cui va ghiotta proprio nonna Cassandra, che in giardino lavora con un robusto grembiule verde, e poi gustosi ribes e lamponi, piante di malva (ideali per i decotti), aggraziata malvarosa, un orto con piselli, patate, cetrioli, fagioli scarlatti, meloni, zucche, carote, rabarbaro, pastinaca, barbabietole, coriandolo, cipolle, aglio, pomodori, ravanelli… e ancora alveari e tanti, tantissimi fiori[7]. Mentre raccoglie alcuni piselli per la zuppa di quest’oggi, Jane ci parla dei cespugli di lavanda, da cui Martha deriva una deliziosa acqua profumata la cui ricetta è trascritta nel suo Household Book, e poi i phlox, che sbocciano all’inizio della primavera producendo piccoli fiori a stella nei toni del rosa; ci sono anche i garofani dei poeti, coi loro mazzetti di fiorellini con petali sfrangiati, bianco, rosa o rosso, con il centro in colore contrastante; la giovane peonia; gli amatissimi lillà che ricordano i versi di William Cowper, idolatrato dalla scrittrice e ricordato anche da Virginia Woolf nella sua Crociera; e poi le aquilegia colorate dai fiori complessi e le foglie azzurro-verdi simili a felci; le dalie, i girasoli, gli anemoni, la malvarosa, i gerani e anche le tante varietà di rose – Blush Noisette, Belle Amour, Shailers White Moss, Gloire de France, Portland Rose, Rosa Mundi – che crescono rigogliose sin da prima del trasferimento delle Austen a Chawton, quando un volenteroso giardiniere predispone tutto per l’arrivo delle signore. Sono questi alcuni dei fiori che compaiono anche sulla trapunta a patchwork cucita da Cassandra e dalle sue figlie e ancor oggi conservata nel cottage: un cesto di fiori centrale, sessantaquattro pattern differenti e centinaia di pezze di stoffa a forma di diamante derivate da abiti o tessuti usati. Un lavoro di cucito paziente, coloratissimo e metodico di cui la stessa Jane parla in una delle sue lettere a Cassandra, ricordandole di recuperare altri pezzi per il loro patchwork[8], che sarà certamente utile nelle sere d’inverno quando la temperatura si fa più rigida e l’aria più pungente.
            Intanto l’erba è alta nel giardino irregolare e indomato di Jane, anche intorno alla quercia che ha piantato con le sue mani non senza fatica. Tra le piante, tuttavia, spunta un viottolo con due panche di legno, semplici e grezze. È qui che le quattro donne si fermano a riposare, leggere e cucire nei pomeriggi di primavera. E sempre qui, seppur cento anni dopo, si commuoveranno le sorelle Constance ed Ellen Hill, appassionate lettrici di Jane che nel 1901 infilano in valigia matite e taccuini e partono a bordo di un vecchio calesse per un viaggio (il primo della storia probabilmente) alla ricerca dei luoghi della loro amata scrittrice[9].
            La cura attenta delle quattro donne per il loro giardino si evince da piccoli e preziosi dettagli della loro corrispondenza: Jane racconta che il giardino di Chawton è tra i più invidiati della contrada, raccomanda a Cassandra di acquistare a Godmersham semi di reseda, le descrive la bellezza della siepe di talee o l’arrivo di un nuovo vivaista che controllerà il raccolto valutando eventuali migliorie. E ancora racconta i lavori in giardino di molti dei suoi vicini di casa e, certamente, soffre – come la Fanny di Mansfield Park – quando deve allontanarsi dalla sua oasi di refrigerio per i suoi viaggi in città.

            Prima non si era mai resa conto di quanto la rendesse felice l’inizio e il progredire della vegetazione.      Quanta vivacità fisica e morale derivasse dall’osservare l’avanzamento di una stagione che non    poteva, nonostante i capricci del tempo, non essere incantevole, dal vedere quel rigoglio di bellezza, dalle prime fioriture, nell’angolo più caldo del giardino della zia, al risveglio delle foglie nei campi coltivati dello zio, alla gloria dei suoi boschi. Perdere piaceri del genere non era poca cosa; perderli    perché si trovava stipata e reclusa in mezzo al chiasso, all’aria cattiva, ai cattivi odori, che sostituivano la libertà, la freschezza, la fragranza e il verde, era infinitamente peggio[10].
           
            È dunque un giardino pittoresco quello dell’Inghilterra di questi anni. E tale è quello delle signore Austen[11]

Ma è un pure un giardino che diventa protagonista culinario, creatore di quella felicità e di quel refrigerio domestici che Jane ha saputo raccontarci con ironia e delicatezza. Così, i ricchi prodotti dell’orto di Chawton prendono vita e invadono di profumo la cucina del cottage: zuppe di verdure, gustosi budini, frittelle e torte di mele, marmellate e composte di frutta da accompagnare alle focaccine di Bath, purè di patate da assaporare assieme alla selvaggina o all’oca, oppure al formaggio tostato che Jane tanto ama. E ancora gelatina e idromele, polpette, bolliti, tisane e dolcissimo miele. La bellezza della natura e della naturalità viene così contrapposta, anche in cucina, all’artificio dei giardini (e delle ricette) classici e barocchi. Non si tratta soltanto di una questione di stile, ma di un modo diverso di intendere il mondo, di considerare l’autorità e l’assolutismo e persino il desiderio di libertà e di indipendenza.
            L’informal garden inglese si configura come un movimento sociale, culturale ed economico. Tra gli artefici di questa nuova concezione ci sono del resto proprio gli intellettuali: da Alexander Pope (1688-1744) a Horace Walpole (1717-1797), da Capability Brown (1716-1783) a Humphry Repton (1752-1818). La natura non è più costretta, ma può finalmente essere mostrata nella sua irruenta e irregolare bellezza: diventa d’un tratto un campo di prova dei principi di libertà. A tal punto è cruciale questa rivoluzione che il «landscape garden» è considerato da molti la prima forma d’arte figurativa autenticamente inglese[12]. Pensiamo, d’altro canto, che poco lontano da Chawton, a Selborne, aveva vissuto anche il paesaggista e ornitologo Gilbert White (1720-1793), pastore umile e dal carattere riservato, amante della natura e autore della Natural History of Selborne, un’opera così importante da farlo considerare ancor oggi come uno dei padri della moderna ecologia. Possiamo immaginare che Jane ne ammirasse il pensiero, così come aveva approfondito probabilmente quello degli altri teorici del giardino. Ma, conoscendola, mai dobbiamo scordarci quello che fa dire in Mansfield Park a Edmund, una frase che in fondo sembra un po’ un concentrato di quanto lei stessa fa del suo giardino e ancor più della vita indipendente: «“Non voglio influenzare Mr. Rushworth, ma se avessi un posto da rimodellare, non mi metterei nelle mani di un artista di giardini. Preferirei avere un grado di bellezza minore, scelto da me, e lo attuerei man mano. Preferirei abitare con i miei errori più che con i suoi”»[13]. Poche altre volte, ci sentiamo di dire, frase più libertaria fu pronunciata sui «liberissimi» giardini all’inglese: un ribellarsi alle regole di chi si era ribellato. Anche a costo di commettere qualche errore e di lasciar spazio all’imprecisione. E da Jane questo, amandola come la amiamo, gioiosamente ce lo aspettavamo.



Muovendoci a filo d’acqua, seguendo il cinguettare delle cinciallegre e del loro canto di libertà, ci spostiamo ora un po’ di miglia e un secolo più in là, per addentrarci nell’altro giardino cui vogliamo dedicare questo articolo: quello di Monk’s House, il cottage di Virginia e Leonard Woolf a Rodmell. Quando stanno cercando un luogo lontano da Londra in cui rifugiarsi, i Woolf visitano diverse case. In realtà Monk’s manca di quasi tutti i comfort cui sono abituati e ha stanze molto piccole. Ma Virginia non può che lasciarsi conquistare dal

            gran diletto che ispiravano le dimensioni e la forma e la fertilità e l’aria selvatica del giardino.    Sembrava che vi fosse un’infinità di alberi da frutto: le prugne erano così fitte che, gravando sulla        punta, curvavano in basso il ramo: fra i cavoli spuntavano fiori inattesi. C’erano file curate di piselli,             carciofi, patate; i cespugli di lamponi avevano piccole piramidi pallide di bacche; e mi sarebbe   piaciuto fare una bella passeggiata sotto i meli del frutteto, con lo spegnitoio grigio del campanile ad         indicarmi il confine[14] .

            Così, il 18 agosto del 1919, i Verrall consegnano ai Woolf le chiavi della loro nuova casa, un luogo che Virginia amerà profondamente e con cui costruirà un legame speciale, come era stato per Talland House, la casa di St. Ives dove aveva trascorso così tante estati quando ancora era bambina. A Talland House (che esiste ancora e che i visitatori più curiosi possono ammirare districandosi lungo Albert Road, giusto alle spalle del St. Ives Harbour Hotel) Virginia, Vanessa, Adrian e Thoby avevano passato gli anni forse più belli della loro vita. Nella piccola cittadina della Cornovaglia i piccoli Stephen pescavano, nuotavano, giocavano a cricket, esploravano i boschi e le scogliere, dipingevano (Vanessa), chiacchieravano sino a notte fonda assieme a Stella, si lasciavano confortare nel buio dalla luce del faro di Godrevy. Qui imparavano a sentire con quell’intensità che Virginia racconterà nel 1927 in Gita al faro. Leslie e Julia Stephen avevano acquistato Talland House nel 1881 e vi passarono la loro prima estate l’anno seguente, quando Virginia non aveva neppure un anno. Julia era bellissima: sua zia, la fotografa Julia Margaret Cameron, l’aveva immortalata in ritratti splendidi, il pittore preraffellita Edward Burne-Jones la considerava una delle sue modelle più mistiche ed eleganti, lo scultore Thomas Woolner aveva perso la testa per lei e l’aveva chiesta in sposa ancora ragazzina. Sino alla morte di questa donna incantata, un’opera d’arte in sé eppure piena di infinito senso pratico, le estati della famiglia Stephen trascorsero lì, su quelle scogliere, come testimoniano le tante fotografie che li ritraggono proprio nel giardino di Talland House o sulla soglia di casa (con loro manca solo Laura, la figlia del precedente matrimonio di Leslie. La piccola aveva un nonno celebre – William M. Thackeray – ma la sua salute mentale era fragile e complessa e venne ricoverata in un istituto). Le estati trascorrevano luminose e diamantine a St. Ives. Poi tutto cambiò: alla morte della moglie, Leslie fu travolto dal dolore e vendette Talland House, il luogo che Virginia definiva come il dono più prezioso che suo padre le avesse mai fatto[15]. In quel momento l’infanzia dei fratelli Stephen si chiudeva per sempre. La morte della mamma e la perdita di Talland House furono un unico cocente dolore: la ricostruzione di quell’infanzia chiusa tanto bruscamente e la ricerca della madre perduta furono la ragione stessa per cui Virginia scrisse Gita al faro. Quando lo lesse, Vanessa scrisse alla sua Ginia:

            A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma che le somiglia più di quanto avrei mai        creduto possibile. È quasi doloroso vedersela risuscitare davanti. Sei riuscita a far sentire la    straordinaria bellezza del suo carattere... È stato come incontrarla di nuovo… Essere riuscita a   vederla in questo modo a me sembra un’impresa creativa che ha del miracoloso.[16]

            È forse proprio il tentativo di ricostruire lo stato di grazia di quegli anni che Virginia, pur continuando a vivere anche a Londra, si reca spesso a Monk’s, alla ricerca di quella felicità che Vanessa sembra aver costruito a Charleston Farmhouse assieme a Duncan Grant. Perché il giardino di Talland House era l’Eden, uno spazio mentale a cui Virginia ripensa entrando quasi in trance[17]. A tal punto Monk’s la riporta mentalmente a St. Ives che nel 1927 la Woolf scrive: «Ho il desiderio superstizioso di cominciare To the Lighthouse il primo giorno che passerò a Monk’s House […] padre, madre e figlio in giardino; la morte; la gita in barca al faro»[18].
            All’inizio, però, le incombenze pratiche del cottage mettono a dura prova i due «Lupi». La cucina s’inonda spesso a causa degli acquazzoni, la casa è umida, i topi non mancano. Ma il giardino li appassiona. In primis Leonard, che ne diventa quasi fanatico e convince la scrittrice (il cui spirito resta prevalentemente «urbano») ad aiutarlo con le erbacce, a raccogliere le mele (cioè a «meleggiare», come dicono nel loro lessico familiare), a preparare fagiolini sott’aceto, assaggiare il miele dei loro alveari e metterlo nei barattoli. Il giardino (e soprattutto il frutteto) resta a tutti gli effetti uno dei luoghi più suggestivi di Monk’s e appena i Woolf cominciano a guadagnare di più grazie ai successi della loro Hogarth Press, investono diversi dei loro introiti in terrazze, stagni, ninfee, carpe, polene di navi, statue (come quella di Venere in cui riposano spesso le cinciallegre azzurre), grandi orci di terracotta, pesci rossi, fontane. È di questi anni l’amicizia di Virginia con Vita Sackville West, poetessa e scrittrice che sarà di ispirazione per Orlando e farà del suo giardino del Castello di Sissinghurst, nel Kent, una delle sue opere più belle.
            Nell’ottobre del 1934 Virginia decide di spostare il suo studio in un angolo più appartato del frutteto, in un punto da cui potrà godersi il panorama della marcite. La massiccia scrivania «piena di carattere, affidabile, discreta, riservata» viene posizionata proprio di fronte alla porta vetrata, così «annuserò una rosa rossa; solcherò dolcemente il prato (mi muovo come se portassi sul capo un cesto di uova) mi accenderò una sigaretta. Metterò sulle ginocchia la tavola da scrivere; e con grande cautela mi immergerò, come un palombaro, nell’ultima frase che ho scritto ieri»[19].
            Nonostante i temporali, il cielo è spesso azzurro a Monk’s. Gli uccelli cantano, le api ronzano, i crochi gialli punteggiano il prato, il cocker spaniel Pinka (dono di Vita ed ispiratore di Flush[20]) scorrazza felice. E poi ci sono i narcisi, i peri, i meli, l’antico fico, il calicanto, la lavanda profumata, l’edera, i ciliegi, le zinnie alte e ritte (quante notti Leonard è costretto a uscire al buio con una lampada tra le mani per salvarle dall’attacco delle lumache?), le campanule, i tulipani…
            Oggi entrambi i giardini, quello di Jane e quello di Virginia, sono ancora aperti e visitabili. Sono una parte «viva» della loro vita e non sono poi così diversi da come si presentavano quando le due scrittrici andavano a passeggiarci o a raccogliere fiori e verdure. Tra loro Monk’s House e Chawton distano poco più di 60 miglia (un’ora e mezza in auto) e sono meta di lettori e viaggiatori provenienti da tutto il mondo.
            Cosa cercano (cosa cerchiamo) oggi nei giardini di questi cottage? Probabilmente desideriamo respirare i colori, i profumi, le sensazioni che le due scrittrici hanno sentito. Accumunate da un intelletto straordinario, da sorelle confidenti e dal fatto di non avere figli e una famiglia «tradizionale», Virginia e Jane sono due donne che nel proprio giardino – invece o prima ancora che nella propria casa – hanno trovato una stanza tutta per sé: il luogo privilegiato per la propria scrittura e, soprattutto, per la sua elaborazione. Jane, mentre osservava fuori dalla finestra dal salotto, osservando il viavai sulla strada dal suo tavolo rotondo, alzandosi di tanto in tanto per una passeggiata sotto i faggi e nascondendo i fogli quando un ospite inatteso faceva capolino nella stanza. Virginia, mentre lavorava alla sua scrivania, proprio di fronte alla porta a vetri che dava sul frutteto.
            Due osservatrici. Nel cuore del loro giardino.
            Un giardino tutto per sé.

Questo testo è stato scritto per la rivista Due pollici d'avorio (Ottobre 2016), edita dalla Jane Austen Italian Society.









[1] Lettera di Jane Austen a Cassandra. Chawton, 31 maggio 1811, da Jane Austen, Lettere, trad. it. di Giuseppe Ierolli, 2010, p. 279.
[2] Ivi, p. 462.
[3] Si tratta di Jane Anna Elizabeth Lefroy, A Memoir of Jane Austen.
[4] James Edward Austen-Leigh, Ricordo di Jane Austen, trad. it. di Giuseppe Ierolli, 2012, p.67.
[5] Jane Austen, Emma, trad. it. di Giuseppe Ierolli, 2012, p. 328.
[6] Jane Austen, Manfield Park, trad. it. di Giuseppe Ierolli, 2012, p. 57.  
[7] Per l’elenco di piante, fiori e frutti presenti a Chawton si vedano Kim Wilson, In the garden with Jane Austen, Madison, Jones Books 2008 e Mary Constance Hill, Jane Austen: i luoghi e gli amici, Città di Castello, Jo March 2013.
[8] Jane Austen, Lettere, cit., p. 278.
[9] Si veda Mary Constance Hill, Jane Austen. I luoghi e gli amici, cit.
[10] Jane Austen, Manfield Park, cit., p. 387.
[11] Sul rapporto tra Jane Austen e il «landscape garden» inglese si veda Mavis Batey, Jane Austen and the English Landscape, Londra, Barn Elms Publishing 1996.
[12] Teresa Calvano (a cura di), Viaggio nel pittoresco: il giardino inglese tra arte e natura, Roma, Donzelli 1996.
[13] Jane Austen, Manfield Park, cit., p. 60.
[14] Anne Olivier Belle e Andrew MacNeille (a cura di), The Diary of Virginia Woolf, Volume I, 1915-1919. La citazione, risalente al brano del 3 luglio 1919, è riportata in italiano in Caroline Zoob, Il giardino di Virginia Woolf, Milano, Ippocampo 2014, p. 20 (trad. it. di Claudia Valeria Letizia).
[15] Nadia Fusini, Possiedo la mia anima, Milano, Mondadori 2010, p. 23.
[16] Vanessa Bell, Lettera a Virginia Woolf, 11 maggio 1927, citata in Nadia Fusini, Introduzione, in Virginia Woolf, Al Faro, Milano, Feltrinelli, 2003, p.8.
[17] Nadia Fusini, Possiedo la mia anima, cit. pp. 14-15.
[18] Virginia Woolf, Diari 1925-1930, a cura di Bianca Tarozzi, Milano, Rizzoli 2012. Pagina del 20 luglio 1925.
[19] Dalla lettera di Virginia Woolf a Leonard, citata in Caroline Zoob, Il giardino di Virginia Woolf, cit., p. 119.
[20] Flush: una biografia è il romanzo che Virginia Woolf dedica, nel 1933, alla vita del cocker spaniel della poetessa Elizabeth Barrett Browning.